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La guerra dell’allegorismo

Da molte settimane, ormai, il discorso si è fatto chiaro: tra tutte le retoriche possibili per raccontare la pandemia in corso, i media hanno scelto quella bellica. Trattare una malattia come una guerra è comodo, è facile e permette a tutti di comprendere la situazione. Ma questo linguaggio non è neutro: una malattia non è una guerra.
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«Coronavirus in Russia, un’ambulanza ogni cinque minuti: Putin scopre la “guerra al virus”». Corriere della sera, 14 aprile 2020 «Coronavirus a Bologna, Pasqua in trincea. Le storie di chi lavora». Il resto del Carlino, 12 aprile 2020 «Guerra al coronavirus, la prima linea». Il Foglio, 8 aprile 2020   «Guerra al virus», al lavoro come «in trincea», «la prima linea» del fronte contro l’epidemia. Da molte settimane, ormai, il discorso si è fatto chiaro: tra tutte le retoriche possibili per raccontare la pandemia in corso, i media hanno scelto quella bellica. Non importa che non ci troviamo realmente nel mezzo di una guerra, e nemmeno che la guerra sia una condizione molto diversa da quella pandemica: ciò che importa è che ci sono i morti, ci sono i feriti (ossia gli infetti), c’è il coprifuoco e c’è chi espone sé stesso e rischia la propria salute per aiutare gli altri - insomma la situazione che si è creata grazie al Covid-19 è molto facilmente descrivibile in termini bellici. Le immagini guerresche sono, naturalmente, tutte metafore; ma il discorso a cui siamo esposti ha in retorica un nome preciso: allegorismo, che corrisponde a una metafora continua.Che cos'è una metafora continua? È un discorso che poggia su delle immagini metaforiche continuate; è uno stretto parente dell’allegoria:ruba le immagini a un dato campo semantico e le mette a sistema, creando un ambiente perennemente allegorico e metaforico in cui si sfruttano degli elementi dello stesso campo semico per alludere a qualcosa che non si vuole nominare direttamente. Insomma, la pandemia c’è, il rischio di contagio anche, ma parlarne in modo diretto suona poco efficace e, inoltre, tradizionalmente non siamo bravi a parlare in modo franco di malattie e debolezze: preferiamo costruire loro intorno un discorso “altro”, potente e allusivo, che allo stesso tempo però ci permette di non entrare nei dettagli del male (pensate ai modi che abbiamo per non dire «cancro»: «un brutto male», «una brutta malattia» e così via). Ecco perché, da alcune settimane, chi lotta contro il male è «un guerriero» e chi non ce la fa «ha perso la sua battaglia». Ma questo linguaggio non è neutro. Trattare una malattia come una guerra è comodo, è facile e permette a tutti di comprendere la situazione; ma una malattia non è una guerra: la scrittrice nordamericana Susan Sontag ha dedicato a questo tema molte riflessioni, recuperate da Daniele Cassandro in un articolo dedicato proprio al discorso metaforico sul Coronavirus.
Clicca qui per leggere l'articolo di Daniele Cassandro su Internazionale
  (Crediti immagini: Flickr, Pixabay)
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