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Le parole dei media

Apocalittici o integrati? I media visti dalla scuola

I media sono oggi parte integrante della quotidianità, ne attraversano gli spazi, le pratiche, le relazioni. Ne formano il tessuto connettivo, come scrive lo studioso di Media Education Pier Cesare Rivoltella.

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I media sono oggi parte integrante della quotidianità, ne attraversano gli spazi, le pratiche, le relazioni. Ne formano il tessuto connettivo, come scrive lo studioso di Media Education Pier Cesare Rivoltella. Cinema, serie tv e altre forme audiovisive delle più svariate tipologie occupano gli spazi privati quanto quelli pubblici, lo smartphone è una forma di accesso al mondo, dal punto di vista pratico e simbolico, le interazioni passano attraverso i social media quanto nella relazione faccia a faccia. La nostra vita scorre onlife, in un continuo passaggio da reale a virtuale, secondo la fortunata definizione di Luciano Floridi.

Questo scenario, che in generale diamo per scontato, diventa più problematico se osservato dal punto di vista della scuola, dove il diritto di cittadinanza dei media è ancora tutto da negoziare. La scuola guarda ai media come a un pericolo o un’opportunità? Li pensa in antitesi alle proposte formative o riconosce loro un ruolo nella didattica? Ragionare sulla relazione tra media e scuola significa considerare almeno tre fronti, distinti ma strettamente intrecciati: l’elaborazione teorica sulla Media Education, gli interventi normativi, il punto di vista di chi insegna.

La ricerca sulla Media Education

La ricerca nazionale e internazionale vanta ormai una lunga tradizione di studi sull’importanza dell’educazione ai media, con una solida base di teorie, modelli di analisi e strumenti metodologici. Tali riflessioni lasciano pochi dubbi sull’importanza di un’educazione alla comprensione, lettura critica e utilizzo consapevole e creativo dei linguaggi mediali.

Questo è vero per tutte le fasce d’età, dato che i media sono ormai parte dell’esperienza di bambini e bambine fin da molto piccoli. Una ricca letteratura scientifica sottolinea come già la scuola dell’infanzia, o ancora prima il nido, abbiano un ruolo centrale nell’accompagnare a sperimentare pratiche mediali significative e dense di apprendimenti. L’idea è quella di un percorso di formazione ai media e con i media che si sviluppa progressivamente nei diversi gradi d’istruzione, affinando man mano competenze, consapevolezze e profondità di lettura.

Cinema e serie tv possono allora diventare una palestra in cui imparare a decifrare i linguaggi delle immagini, ma anche un terreno simbolico in cui sperimentare e mettere alla prova visioni del mondo. Le molteplici tipologie di videogioco si offrono come potenti strumenti di apprendimento, inclusione, sviluppo del pensiero logico e insieme di quello creativo. Le forme digitali dello storytelling offrono spazi innovativi di organizzazione e trasmissione delle conoscenze. L’intelligenza artificiale diventa occasione per ripensare il rapporto con l’informazione, il sapere e la sua circolazione, le immagini e la loro costruzione.

Ancora più a fondo, al di là delle pratiche specifiche e dei singoli dispositivi, la Media Education chiama a interrogarsi su come “i significati circolano nella cultura digitale, come sono prodotti e come sono recepiti e come questo impatta sul futuro dei modelli di insegnamento e dell’apprendimento” (Pier Cesare Rivoltella, Nuovi alfabeti).

Media e scuola nella normativa italiana

Già nel 2006 l’Unione europea ha incluso la competenza digitale tra le otto competenze fondamentali del Lifelong Learning Programme. In Italia tali istanze sono state recepite a livello legislativo con la legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”. La legge riconosce l’importanza di un ingresso dei media nel sistema d’insegnamento e promuove il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) documento di indirizzo che delinea interventi adeguamento delle infrastrutture e di formazione. 

Qualche anno prima, nel 2012, le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, avevano delineato per la scuola e per il personale docente “un’opera quotidiana di guida, attenta al metodo, ai nuovi media e alla ricerca multidimensionale”. Un tema che si riaffaccia nel testo che le integra, le Indicazioni nazionali e nuovi scenari del 2018. Si trova qui l’importante riconoscimento che le competenze digitali non sono solo tecniche, ma implicano anche la capacità di lettura critica e il senso di responsabilità nell’utilizzo degli strumenti a disposizione, in un’ottica di Educazione civica digitale.

Un impulso decisivo viene dal PNRR, con diverse linee di finanziamento che si indirizzano all’innovazione tecnologica a scuola, sul piano delle infrastrutture (in particolare col piano Scuola 4.0) e dei contenuti. La linea di investimento “Didattica digitale integrata e formazione sulla transizione digitale del personale scolastico” punta sulla formazione continua, considerata strategica per l’innovazione del sistema nel suo complesso. La linea “Nuove competenze e nuovi linguaggi” si concentra sul rafforzamento e pari opportunità nell’ambito delle materie STEM. La piattaforma “Scuola Futura” diventa lo snodo in cui vengono raccolte risorse e moduli formativi sulla transizione digitale.

Al di là di una valutazione di tali interventi, della loro adeguatezza e concreta attuazione, essi hanno portato l’attenzione sul tema del digitale in classe, facendone emergere tutte le complessità.

Dentro la scuola: i media tra resistenze ed entusiasmi

Al di là della riflessione accademica e delle indicazioni normative, l’esperienza di chi insegna introduce un ulteriore punto di vista, più complesso, problematico, per alcuni versi ambivalente. Lo spazio di chi ogni giorno incontra ragazzi e ragazze per accompagnare la loro formazione è quello più esposto all’innegabile potenza dei media e degli immaginari di cui sono portatori, che possono sembrare infinitamente distanti da tutta la tradizione di conoscenze, visioni del mondo, strumenti di apprendimento di cui la scuola è veicolo.

Non sorprende allora che, mancando ancora una riflessione organica e condivisa su come far incontrare media e scuola, si generino resistenze e rifiuti. Proviamo a ripercorrere alcune delle posizioni che emergono con più frequenza.

“I media non devono entrare a scuola”.

È l’idea per cui la scuola debba essere una “media free zone”, un presidio contro l’utilizzo smodato che ne viene fatto fuori. Secondo questo punto di vista, la scuola deve proporre alternative, esperienze che fuori dalle sue mura sono diventate meno scontate fino a qualche decennio fa. Si tratta di un punto fondamentale: la scuola non può appiattirsi sul quotidiano ma deve esplorare dimensioni ulteriori, che trovano la loro radice in una lunga tradizione.
Eppure, la scuola dovrebbe anche insegnare a comprendere il mondo contemporaneo. Non per proporne un banale rispecchiamento, ma per aprirvi nuovi orizzonti, diverse consapevolezze, immaginarne direzioni inedite. Si può allora tenere salda la trasmissione di conoscenze, dialogando allo stesso tempo con i nuovi assetti della realtà.
 

“La scuola deve insegnare i pericoli dei media”.

È la concezione per cui si deve parlare di media per mettere in guardia dai pericoli che rappresentano. Questo approccio è sotteso agli interventi focalizzati sulla specificità di alcuni rischi che la rete genera o enfatizza: cyberbullismo, fake news, hate speech, body shaming, accesso a contenuti inadatti…
Sono tutte tematiche cruciali e delicate, sulle quali non dovrebbe mai calare l’attenzione. Ma educare ai media può ridursi al tracciare un percorso a ostacoli nei pericoli della vita online? Si rischia di perdere di vista la vera profondità dell’intervento media educativo, che va alla radice di questi problemi, e non esclude l’apertura ad altre pratiche potenzialmente positive e generative.
 

“I media devono entrare nella scuola, che deve stare al passo con tutte le più recenti innovazioni”.

Questa prospettiva, opposta alle precedenti, parte da un positivo riconoscimento della centralità dei media e dei nuovi linguaggi della comunicazione per l’insegnamento. In alcuni casi essa si declina in un entusiasmo tecnologico che diventa rincorsa alle più recenti tecnologie, piattaforme, innovazioni.
Anche in questo caso, la cautela è d’obbligo: fare educazione ai media non vuol dire solo insegnare a usare degli strumenti, per quanto si tratti di competenze fondamentali per affrontare il presente. Le tecnologie cambiano, si aggiornano con una velocità vertiginosa. Stare al passo con esse è una gara persa in partenza, se alla base non è stata costruita una consapevolezza di cosa significhi abitare un mondo digitale e delle sfide che esso pone. Lo studioso David Buckingham sottolinea come il vero focus dell’educazione ai media debba essere una riflessione più ampia, che guardi alle logiche del capitalismo digitale e a come costruisce sistemi di rappresentazione, organizza e orienta credenze, schemi di pensiero e pratiche sociali.
 

“Ma gli studi dicono che…”.

Che si parta da un approccio scettico o entusiasta, spesso si tende a fare un uso superficiale, se non strumentale, degli studi scientifici. Molte ricerche in psicologia si sono interrogate sugli effetti del digitale sulle giovani generazioni. Tuttavia, la complessità degli elementi in campo, la mutevolezza dei contesti, l’intreccio di molteplici fattori, rendono ad oggi impossibile affermare in maniera netta se il digitale fa “bene” o “male” all’apprendimento, alle relazioni, alla salute mentale.
Eppure, spesso e volentieri i titoli di giornale estrapolano i risultati di uno o dell’altro studio, senza specificarne gli estremi, per spingere a prendere una posizione “pro o contro”. O peggio, questo approccio parziale alla complessità della ricerca scientifica diventa la base per emanare divieti e circolari a livello istituzionale.
Il tutto è però decisamente più complesso, come ha argomentato in diverse occasioni la neuropsicologa Tiziana Metitieri (https://www.valigiablu.it/author/tiziana-metitieri/), che da tempo si occupa di gioventù e media. E forse, più a monte, prendere posizione su “bene o male” non è nemmeno il punto di partenza più efficace, perché allontana dalla necessità di concretezza dell’intervento pedagogico, dalla ricchezza di sfumature generate dall’incontro tra chi forma e chi apprende.
 

I media a scuola: da dove partire?

La strada per una Media Education organica, scevra da timori e resistenze, è ancora tutta da tracciare. Per farlo la scuola deve mettersi in dialogo con le istituzioni, le famiglie, la società civile, il mondo della ricerca, gli scenari globali. Il punto di partenza rimane, secondo chi scrive, il rispetto, e magari una genuina curiosità, per le pratiche e i consumi mediali delle giovani generazioni.

La scuola può davvero continuare a essere un presidio, uno spazio di apprendimento e crescita, se abbandona l’atteggiamento giudicante nei confronti dei consumi culturali e mediali delle persone in formazione. Se si apre alla possibilità di instaurare una comunicazione a doppio senso, di avere fiducia nelle istanze e nei significati di cui chi è più giovane si fa portatore. È dentro questo spazio di confronto che chi insegna può assumere un ruolo di guida. Ad esempio, non demonizzando la figura di influencer in quanto tale, ma seguendone i profili e poi spiegando come funzionano i social media, quali sono le loro retoriche comunicative, gli aspetti economici che li sostengono, gli strumenti discorsivi tramite cui costruiscono identità e mitologie. Oppure aprendo le classi a profili professionali che sappiano approfondire questi temi.

La vera Media Education inizia quando si è sospeso il giudizio, quando si ha una visione che va oltre la tecnologia in sé, quando si capisce che insegnante e discente si muovono nello stesso mondo, seppure in modi diversi, e che la scuola può (ancora) fornire strumenti preziosi per comprenderlo, leggerlo criticamente, abitarlo.

Bibliografia

D. Buckingham, Un manifesto per la media education, Mondadori università, Firenze, 2020.
L. Floridi (a cura di), The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era, Springer, London, 2015.
P. C. Rivoltella, Nuovi alfabeti: educazione e culture nella società post-mediale, Scholé, Brescia, 2020.

(Crediti immagine:  vadymvdrobot / 123RF)

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