Disparità di genere: l’importanza del canone disciplinare

Marzia Camarda

Ridurre le disparità di genere e restituire oggettività al sapere attraverso la ridiscussione del canone delle discipline

Spesso ci stupiamo del fatto che gli uomini partecipino poco all’intenso dibattito legato alla disparità di genere: una difficoltà di coinvolgimento che riscontrano molti educatori ed educatrici che si occupano di ridurre gli squilibri sociali e di valorizzare i talenti di bambini e bambine.

Ma se analizziamo la questione più da vicino ci accorgiamo che molti uomini non solo non si sentono personalmente coinvolti nella questione della disparità di genere, ma non ritengono rilevante il punto di vista delle donne a nessun livello, nemmeno rispetto alle discipline specialistiche in cui il loro contributo potrebbe essere particolarmente utile. Il tema dunque non riguarda semplicemente un ambito specifico, ma in generale il filtro che uomini e donne applicano guardando il mondo. Già nel 1949 (oltre 70 anni fa) Simone de Beauvoir scriveva: «La rappresentazione del mondo così come lo conosciamo è opera degli uomini, che lo descrivono dal loro punto di vista, confondendolo con la verità assoluta».

Per quanto sia difficile da riconoscere, viviamo immersi in un contesto sbilanciato, che vizia le nostre valutazioni complessive.

Questo naturalmente ha delle conseguenze rispetto alla nostra idea di quale sia stato il percorso di conquista del sapere nelle diverse discipline: il circolo vizioso per cui si studiano quasi solo uomini, si premiano quasi solo uomini e si menziona come rilevante quasi solo l’apporto degli uomini genera uno squilibrio che si riverbera a tantissimi livelli.

 

Un esempio di rimozione: il caso della letteratura

Abbiamo accennato che gli studiosi e scienziati uomini sono più studiati, più valorizzati e anche più premiati. Se consideriamo per esempio i principali premi letterari (Nobel, Goncourt, Booker, Strega, Pulitzer) scopriamo che le donne premiate sono un quinto degli uomini. E anche se ci sembra che negli ultimi anni le donne abbiano guadagnato posizioni, scopriamo che anche prendendo in considerazione solo gli ultimi 30 anni la proporzione rimane sostanzialmente invariata.

Il paradosso è che in realtà le donne scrivono moltissimo e vendono anche moltissimo; mediamente nelle top ten dei libri più venduti si trovano più donne che uomini (anche perché, contrariamente allo stereotipo, le donne leggono più degli uomini a qualsiasi età)[1].

Anche senza entrare nel merito del dibattito sul valore letterario delle opere scritte da uomini o da donne,[2] è evidente che la narrazione legata al valore e all’influenza dell’opera di molte autrici viene inspiegabilmente ignorata, così come ci sarebbe da ragionare sullo scarso accesso delle autrici alle pubblicazioni cosiddette “alte”. Il tema della selezione delle autrici risulta ancora più spinoso se si considera che le donne occupano la maggioranza dei posti della filiera produttiva editoriale (ma non i vertici, in cui le donne sono poco meno del 23%), quindi una riflessione su quanto questo pregiudizio legato alle capacità narrative delle donne sia stato interiorizzato da entrambi i sessi sarebbe ancora tutta da esplorare.[3]

Di fatto, comunque, le donne scrivono e pubblicano meno degli uomini ma, quando lo fanno, in proporzione sembrano comunque avere mediamente più successo.

Inoltre, dato che i premi aumentano regolarmente la vendita delle copie, il fatto che le donne vendano più degli uomini nonostante siano meno pubblicate (e meno pubblicizzate, vedi oltre) significa che le donne ottengono maggiore successo commerciale malgrado abbiano meno a disposizione questo importante strumento di marketing, che invece “spinge” le opere di uomini, e quindi incide sui dati delle vendite complessive. Questa analisi sembrerebbe rendere ovvio un rapido adeguamento del mercato nella direzione di una produzione più equilibrata di titoli di autori e autrici, evento che però sinora non si è verificato.

Quando però passiamo dalla “semplice” pubblicazione al canone, cioè a ciò che vale la pena di conoscere/leggere, ci troviamo di nuovo di fronte a uno squilibrio numerico. Le donne sono molto meno recensite degli uomini; questo accade perché le giornaliste culturali sono solo il 35% del totale; e, se le donne recensiscono (anche) donne, in una proporzione abbastanza equilibrata (58,6% dei casi), i loro colleghi uomini recensiscono scrittori nel 79% dei casi.

Quindi, ricapitolando, i giornalisti culturali sono la maggioranza (65%) e recensiscono quasi solo uomini, mentre le giornaliste (non solo inferiori numericamente, ma anche meno pubblicate: scrivono il 30% in meno dei colleghi) recensiscono uomini e donne in misura abbastanza equa.

È come suggerire implicitamente che, anche se le donne scrivono e vendono, in fondo i loro libri non meritano di essere commentati, consigliati, conosciuti e ricordati.

Ma non basta. Le scrittrici, e in generale le intellettuali, sono sempre state molte di più di quanto crediamo: mentre sono descritte come un fenomeno relativamente recente, salvo rare eccezioni.[4] A differenza del canone della letteratura che viene perlopiù insegnato a scuola, scopriamo (per esempio dalla puntuale analisi di Marianna Orsi[5]) che le autrici e intellettuali hanno contribuito in maniera costante all’avanzamento del sapere: semplicemente, noi non abbiamo tenuto traccia di quel contributo. [6]

Questa evidente obliterazione della conoscenza generata dalle donne, spesso mascherata sotto il cappello di una neutralità nella valutazione dei talenti, ci costringe a ripensare quello che Criado Perez definisce «il mito della meritocrazia», un mito che nasconde l’institutional white male bias: si tratta dell’idea che la valutazione del merito di uomini e donne sia neutro e imparziale, per cui il merito dovrebbe emergere “naturalmente”, senza necessità di correttivi nell’applicazione dei criteri di scelta.[7] Questo punto di vista è sistematicamente smentito dalle analisi: Criado Perez menziona per esempio le audizioni per le orchestre di musicisti e musiciste e la selezione degli articoli di ricercatori e ricercatrici; regolarmente, quando i selezionatori introducevano dei correttivi di neutralità (per esempio le audizioni “al buio”, oppure gli articoli firmati senza nome di battesimo) le percentuali di merito, che in precedenza erano decisamente a favore degli uomini, si riequilibravano e davano esiti di sostanziale parità. Eppure, nonostante l’applicazione sistematica di questi correttivi sia semplice e consenta di selezionare i migliori talenti, essa è ancora diffusa pochissimo.

 

In ogni caso, il tema non è se esista o no una letteratura universale o invece una letteratura maschile/femminile[8]: il tema è se abbia senso pensare di poter conoscere e descrivere davvero la complessità del mondo considerando sistematicamente un solo punto di vista, specie da parte di chi, per definizione, avrebbe la responsabilità di accogliere e restituire chiavi di lettura per leggere il plurale, il molteplice, il divergente, in una parola: il reale.

Per restituire equilibrio e veridicità storica al contributo al sapere da parte delle donne non basta averne genericamente l’intenzione: bisogna operare mettendo mano a ogni ambito della conoscenza in modo tanto puntuale quanto sistematico.

 

L’obliterazione di genere nelle discipline: le conseguenze sulla didattica e sull’educazione

A giudicare da quanto impariamo a scuola (e dalla narrazione corrente) sembra che gli uomini siano più portati delle donne nelle discipline scientifiche: nei testi scolastici sono descritti più scienziati, più matematici, più inventori, mentre le donne sarebbero per natura più emotive, più sensibili, più artiste.

Questo aspetto (la presunta scarsa propensione delle donne alle materie scientifiche) emerge in parte per omissione rispetto ai libri di testo (per esempio nei canoni delle discipline scientifiche, in cui appunto “dimenticano” sistematicamente donne anche importantissime della scienza).[9] Ma soprattutto è evidente da parecchi indicatori indiretti, per esempio il numero bassissimo di iscrizioni alle università scientifiche (adesso in crescita ma a seguito di ingenti sforzi e investimenti da parte di fondazioni e associazioni) e la resistenza attiva opposta dagli uomini che hanno impedito in innumerevoli occasioni alle donne di studiare discipline scientifiche, non ritenendole adatte al sesso femminile (cfr. per esempio la biografia delle prime mediche donne, delle prime fisiche ecc., a cui molto spesso fu impedita addirittura l’iscrizione alle università e ostacolata in ogni modo la carriera scientifica; e questo già in tempi antichissimi, come nel caso della medica salernitana Trotula de Ruggiero, i cui importanti scritti nel XII secolo vennero attribuiti a un uomo).[10]

L’educazione delle signorine di buona società per molti secoli non ha compreso la matematica (economia domestica a parte), né l’educazione finanziaria. Questa mancata formazione matematica e finanziaria ha avuto e continua avere importanti ricadute anche, per esempio, sull’imprenditorialità, sull’autonomia professionale, sugli equilibri di forza all’interno della coppia (ancora oggi la donna è spesso e volentieri il “reddito debole”), sulla capacità di negoziare per ottenere aumenti di stipendio e di conseguenza sul gender pay gap e parte da molto lontano, per esempio dal fatto che per ragioni culturali ancora oggi ai bambini viene dato mediamente più denaro da gestire (la famosa paghetta) e in età più precoce rispetto alle bambine, perché si prevede che il ragazzino debba offrire alla ragazzina, che invece non deve gestire il denaro ma… trovare un compagno benestante. Anche se a qualcuno di noi possono sembrare discorsi surreali, le statistiche ci dicono che la media ragiona ancora in questo modo, spesso in maniera inconsapevole.

In altre parole, la credenza culturale per cui le donne abbiano una mentalità più emotiva, più sensibile, più intuitiva, meno razionale è sostenuta in tutte le sue forme ed è ancora un pregiudizio largamente presente. Gianini Belotti in proposito commenta: «in un essere che è stato programmato per essere dominato, l’intelligenza è una qualità così scomoda che si fa tutto il possibile per scoraggiarla sul nascere, per non darle modo di prendere coscienza di sé. Al contrario, viene celebrata la superiorità dell’intuito femminile perché a chi domina fa molto comodo che i propri desideri siano capiti ancor prima di essere formulati, e soddisfatti da un essere condizionato a considerare i bisogni degli altri prima dei suoi e spesso contro i suoi».

Un fenomeno analogo accade anche nello sport: il corpo delle donne per lunghissimi secoli è stato ritenuto inadatto alla pratica sportiva (ma evidentemente non ai lavori di fatica, dato che il 70% dei contadini di tutto il mondo è donna…), ed è celebre il caso di Kathrine Switzer, prima maratoneta (nel 1967, poco più di 50 anni fa) che si iscrisse alla gara mentendo sul nome di battesimo e venendo letteralmente placcata dal giudice di gara che cercò con la forza di farle interrompere la corsa (e fu fermato dal fidanzato di Kathrine). L’inventore delle Olimpiadi, de Coubertin, era contrario alla partecipazione delle donne alle competizioni e ci vollero azioni di grande pressione affinché anche loro potessero partecipare. Anche adesso la svalutazione del corpo dell’atleta donna, ritenuto troppo mascolino (si pensi al body shaming contro Serena Williams) è parte del dibattito, così come il linguaggio sessista nello sport, per non parlare del fatto che il gender pay gap nello sport tocca abissi inarrivabili e soprattutto che le atlete possono lavorare solo come dilettanti e non come professioniste (recente il caso di Laura Lugli, pallavolista lasciata a casa perché incinta, fatto legalmente consentito dato che formalmente lei non ha un contratto di lavoro, a differenza dei suoi colleghi maschi).

Secondo la vulgata, dunque, le donne sarebbero meno versate per le discipline scientifiche e più adatte all’arte, alla letteratura, alle discipline “estetiche”. Però se analizziamo il canone delle materie umanistiche scopriamo che anche lì sono rappresentati molti più uomini che donne: più artisti, più scrittori, più compositori, più studiosi. Anche la storia, salvo rarissime eccezioni, sembra essere agita da uomini (re e imperatori, condottieri, militari, capi di stato, ministri).

Una parte di questa disparità dipende senz’altro dal fatto che alle donne per lunghi secoli è stata sbarrata la strada verso l’istruzione e la realizzazione professionale. Ma nonostante questo, è statisticamente impossibile che (anche in prospettiva storica) il 49% della popolazione mondiale detenga il 100% delle conoscenze e dei talenti, così come è irrealistico pensare che davvero per migliaia di anni le donne non abbiano dato alcun contributo in nessuna disciplina salvo eccezioni numericamente ridottissime.[11]

Se il lavoro delle donne viene meno studiato perché si dà già per scontato che sia qualitativamente e quantitativamente irrilevante, si finisce per introdurre senza accorgersene un filtro allo studio delle discipline che misconosce il reale contributo dato dalle studiose al sapere, in un circolo vizioso.

Un’analisi più accurata sembrerebbe confermare questa ipotesi: non solo le donne che hanno contribuito in maniera costante a tutti gli ambiti del sapere sono numericamente sottostimate per quantità, ma anche sottovalutate per qualità dei contributi. A questo si aggiungono i casi di scoperte e invenzioni fatte dalle donne ma attribuiti agli uomini, un fenomeno noto come effetto Matilda[12]. Negli ultimi anni si sta procedendo a una rivalutazione di alcune figure, ma manca ancora uno studio sistematico e privo di pregiudizi nell’ambito di tutte le discipline e, in generale, rispetto al contributo delle donne alla catena del progresso.

Questa cecità selettiva ovviamente genera delle conseguenze. Alcune di queste le abbiamo già viste, come la difficoltà delle donne a essere rappresentate in quanto studiose e la sottrazione del riconoscimento a cui avrebbero diritto.

Ma vi sono due conseguenze ancora più estreme.

La prima riguarda l’influenza che questa carenza di modelli femminili genera rispetto agli studenti e alle studentesse che abbiamo il compito di formare, nonché il modo in cui questa censura del valore femminile incide sul loro futuro.

Se per i bambini e ragazzi si tratta sostanzialmente di continuare a crescere con un bias che impedisce loro di cogliere le occasioni di stimolo e di costruire una relazione equilibrata con l’altro sesso (cosa che poi si riverbera in molti ambiti della loro vita), per le bambine e le donne (e in generale per la società) il peso di questa asimmetria genera conseguenze ben peggiori.

Le bambine e le ragazze vantano risultati scolastici migliori rispetto ai loro coetanei maschi per tutto il corso di studi: eppure le ragazze e le donne sono meno occupate, quando lavorano sono pagate meno rispetto ai loro colleghi maschi[13] e in generale fanno meno carriera. In parte il fatto è imputabile a un problema di pregiudizio selettivo: ai posti di potere si trovano in ampia parte uomini, che in maniera più o meno inconsapevole al momento della scelta dei candidati privilegiano altri uomini (generando il famoso soffitto di cristallo).

Ma la cosa più preoccupante è che la rinuncia alla realizzazione dei propri talenti spesso avviene senza bisogno di un esplicito intervento esterno, in una sorta di autocensura interiore. Si tratta anche e soprattutto di un problema legato al modo in cui le bambine e le donne immaginano il proprio ruolo. Non rappresentare scienziate, storiche, filosofe, scrittrici, pittrici, politiche ecc. ha l’effetto di generare una mutilazione preventiva, per cui le bambine capiscono sin da piccole che quello spazio non gli sarà consentito, e quindi rinunciano a quelle prospettive di carriera ritenendole di fatto irrealizzabili, convinte di non poter contribuire a quel processo o di non poter ottenere quei risultati professionali.[14]

Nella fascia tra i 25 e i 35 anni le donne prendono decisioni che incideranno su tutta la loro carriera professionale: ed è nota la “sindrome del gregario”, per cui in quegli anni in cui si dovrebbero porre le basi per i risultati degli anni successivi, le donne finiscono statisticamente per scegliere carriere meno ambiziose, a tutti i livelli e in tutte le discipline, mentre nello stesso periodo gli uomini (spesso i loro compagni e mariti) tendono a sobbarcarsi meno del peso della famiglia e a privilegiare invece l’autorealizzazione.[15]

Insomma, anche se la società ha combattuto per dare un’istruzione equa a ragazzi e ragazze, il modello con cui le giovani donne e i giovani uomini si confrontano dopo gli studi è ancora tradizionalista. Il risultato è che buona parte del capitale speso in istruzione (da parte tanto delle famiglie quanto dello stato) finisce per essere vanificato: e il fatto che sistematicamente rinunciamo all’investimento operato per decine di anni di scolarizzazione su studentesse che ottengono risultati migliori rispetto agli studenti è chiaramente un grosso problema sociale, che dipende direttamente dalla pressione culturale e dalla scarsità di modelli di successo femminile.

La seconda conseguenza riguarda in generale la parzialità inconsapevole legata allo studio delle diverse discipline e la sostanziale incomprensione di come funziona realmente la produzione culturale. Il contributo sottostimato da parte di studiose e scienziate ci impedisce di studiare in maniera equilibrata il modo in cui le idee vengono create, circolano, si accrescono, producono altra cultura: di fatto, questo pregiudizio filtra le nostre possibilità di reale conoscenza non solo nell’ambito delle singole discipline, ma anche del modo in cui la conoscenza stessa progredisce e si trasmette.

E se è vero che il dibattito legato alla necessità di operare sul linguaggio per ottenere una rappresentazione più equa del mondo sta iniziando finalmente a prendere piede, pur con le sue resistenze, è altrettanto vero che nessun plurale inclusivo sarà sufficiente a rendere la nostra società davvero equa se in fondo continueremo a trasmettere l’idea che le intellettuali e scienziate siano una sparuta eccezione, cioè se di fatto continueremo a tramandare un modello apertamente non inclusivo.

 

Ha senso ridiscutere (o mantenere) il canone delle discipline?

Mantenendo intatto il canone delle discipline che abbiamo ereditato finiamo per ottenere risultati che sfruttano i talenti di solo metà della popolazione: valorizzare i talenti femminili (prima di tutto attraverso il riconoscimento di quante hanno già ottenuto dei risultati) consentirebbe alla società di accedere a un patrimonio di conoscenze molto più ampio e diffuso.

Una risposta emersa da più parti sembrerebbe suggerire l’abolizione del canone stesso, addirittura attraverso l’eliminazione dei libri scolastici. La presa di coscienza di alcuni e alcune insegnanti rispetto allo sbilanciamento del canone dei volumi sui temi di genere sta dando come esito proprio il rifiuto dello strumento in sé. Il fenomeno peraltro non è nuovo e prende ogni volta spunto da motivazioni diverse (il costo dei libri, la didattica troppo rigida ecc).

Tuttavia, questa proposta potrebbe rivelarsi una soluzione semplicistica a un problema complesso, e in realtà presenta due importanti limiti.

Il primo è che, paradossalmente, in questo modo si rischia di espungere anche quelle poche donne che in quel canone sono già comprese. Infatti, se il canone delle discipline è determinato in ampia parte dagli uomini,[16] e se molte persone (la maggioranza per ora) hanno interiorizzato in maniera inconsapevole l’idea che un riequilibrio non sia necessario (o addirittura che il loro punto di vista sia perfettamente oggettivo), significherà che tutti costoro non percepiranno necessariamente il bisogno di confrontarsi con il riequilibrio delle discipline e di conseguenza, a fronte di una minoranza che lavorerebbe (come già lavora) alla definizione di percorsi più equilibrati, la maggioranza semplicemente replicherebbe i percorsi sbilanciati che ha già appreso, ignorando altri stimoli (come di fatto già avviene).

Il secondo limite di questa proposta è che in realtà rinunciare a ridiscutere e condividere un canone collettivo significherebbe anche abdicare al ruolo della didattica legato alla trasmissione di modelli culturali e di un patrimonio comune. Mentre ha sicuramente senso costruire un percorso di approfondimento personale quando si è in età adulta, è altrettanto vero che dal punto di vista didattico la costruzione dell’identità collettiva e dell’unità sociale derivano dalla condivisione dei modelli culturali e dalla scelta che facciamo rispetto a chi e cosa riteniamo meritevole di essere imparato e ricordato.

Di conseguenza il lavoro, più faticoso ma ineludibile, è proprio la ridiscussione del canone dalle pagine dei libri scolastici, inserendo a giusto titolo le donne che hanno contribuito ad accrescere il sapere e il progresso del genere umano o, quando in una data disciplina si riscontri una disparità, spiegare le ragioni per cui essa si è generata.

La visione parziale da cui partiamo ci impedisce di cogliere e valorizzare i talenti e di adempiere alla nostra funzione di educatori ed educatrici e di approcciarci alle discipline in modo oggettivo; per uscirne è necessario portare alla luce quanto è già stato prodotto, creando al contempo riconoscimento (seppur tardivo) e ispirazione; e per far questo si rendono necessari un approccio sistematico da parte dell’editore e una ridiscussione da parte di educatori ed educatrici rispetto a ciò che hanno appreso riguardo alla propria disciplina di riferimento e ai modelli di trasmissione del sapere.

La vera risposta dunque sembra essere un puntuale, approfondito e sistematico lavoro di adeguamento del canone e di ristabilimento della verità storica, in un percorso di messa in discussione e contestualizzazione della conoscenza a noi tramandata fino a oggi.

La creazione e condivisione di modelli e dell’eredità culturale è una delle responsabilità di chi produce e trasmette cultura e interessa tanto l’obliterazione del contributo delle donne quanto, per esempio, il riequilibrio della verità storica rispetto alle guerre colonialiste dei paesi occidentali: si tratta insomma di adeguare i contenuti ai principi in cui ci riconosciamo, rinunciando a una quota di parzialità in favore di una posizione eticamente più difendibile.

 

Bibliografia minima

Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore editore, Milano, 1961

Irene Biemmi, Educazione sessista, Rosenberg & Sellier editore, Torino, 2017

Caroline Criado Perez, Invisibili, Einaudi editore, Torino, 2020

Elena Doni, Manuela Fulgenzi, Il secolo delle donne, Editori Laterza, Bari, 2001

Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne in Occidente. Vol. 5 Il Novecento, Editori Laterza, Bari, 2011

Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli editore, Milano, 1982

Gabriella Greison, Sei donne che hanno cambiato il mondo, Bollati Boringhieri editore, Torino, 2017

Joni Seager, Atlante delle donne, add editore, Torino 2020

Francesca Zajczyk, La resistibile ascesa delle donne in Italia, Il Saggiatore editore, Milano, 2007

 

Che cos’è l’effetto Matilda: www.ilpost.it/2021/04/03/che-cose-leffetto-matilda/

 

[1] Le scrittrici vendono mediamente di più degli scrittori perché le lettrici leggono di più e tendono a comprare più libri scritti da donne che scritti da uomini. Quindi anche se le scrittrici sono di meno, hanno un pubblico più ampio.

[2] Per quanto su questo punto sia ancora difficile formulare un parere generale sul valore della letteratura scritta da donne quando ancora la critica sulla letteratura creata da donne è di nicchia e di interesse unicamente per altre donne; e in effetti sono ancora perlopiù studiose a occuparsene, e dato che i loro studi sono meno citati e consultati, il risultato è una ghettizzazione del tema della produzione letteraria femminile ancora difficile da scardinare.

[3] In effetti l’area in cui vengono più sovente selezionate le donne sembra suggerire alcuni trend (di matrice in parte editoriale, in parte autoriale): meno contributi nella letteratura “seria” o nella saggistica, di più nella letteratura per l’infanzia o per esempio nei sottogeneri (rosa, giallo).

[4] Il tema della singolarità dei profili delle intellettuali andrebbe approfondito, perché paradossalmente proprio questa allure di eccezionalità fa sì che questi modelli vengano percepiti come distanti, inarrivabili, e di conseguenza giudicati irrealistici proprio dagli studenti e studentesse che vorrebbero ispirare. Gli elementi legati all’integrazione delle studiose nella storia del pensiero occidentale riguarda due dimensioni, connesse da un lato con il numero (la quantità di donne che hanno dato un contributo) e dall’altro con la normalità della situazione. Questa, per esempio, è la ragione per cui gli esperti e le esperte di inclusione applicata alla didattica dei libri di testo sconsigliano di inserire le donne in box a parte rispetto alla trattazione corrente del libro di testo (magari con la convinzione di valorizzare quei profili): dato che il vero obiettivo è restituire alle donne il loro posto nel flusso di produzione di conoscenza, quindi non riequilibrarne numericamente il canone e inserire le poche donne menzionate in sezioni a parte finisce per sottolineare l’eccezionalità di un fenomeno che invece dovrebbe essere la normalità.

[5] Donne invisibili: come i manuali di letteratura ignorano il contributo femminile. Prima parte: radicidigitali.eu/2021/02/05/donne-invisibili-come-i-manuali-di-letteratura-ignorano-il-contributo-femminile-prima-parte/

[6] Sarebbe interessante studiare la relazione tra il divieto di pubblicare perché ritenuto disdicevole (e in seguito al quale molte donne hanno scelto pseudonimi maschili o hanno creato opere lasciando – non sempre volentieri ­– che queste venissero firmate da fratelli, mariti e altre figure maschili) e la reazione aggressiva che ancora oggi si riscontra di fronte a donne che esprimono apertamente e pubblicamente la propria opinione. I dati mostrano che lo stesso comportamento assertivo ritenuto efficace e “da leader” se esercitato da un uomo, viene ritenuto inappropriato e bossy se esercitato da una donna. Secondo questo sottotesto, la donna non dovrebbe occupare lo spazio pubblico: ma se anche c’è, è importante che parli il meno possibile. L’odio online è talmente frequente che è stata lanciata persino l’iniziativa Odiare ti costa, per cercare di arginare lo shitstorm e le aggressioni on line.

[7] Nel suo ben documentato saggio Invisibili, edito da Einaudi (v. Bibliografia); su questo tema cfr. in particolare cap. 4.

[8] Peraltro ci sarebbe molto da dire anche su questa visione binaria del genere, che nuovamente non tiene conto di tutta la ricchezza di variabili identitarie di cui il genere umano dispone e che sono ancora più sottorappresentate.

[9] Cfr. p. es. Greison, Sei donne che hanno cambiato il mondo, Bollati Boringhieri editore (v. Bibliografia)

[10] Ancora nel 2015 l’allora presidente della Harvard University, Lawrence Summers, dichiarava «che la scarsa presenza femminile in certi ambiti scientifici, come la matematica o l’ingegneria» fosse da imputare «a una caratteristica innata delle donne, la mancanza di una attitudine intrinseca alla scienza», mentre in Italia nello stesso periodo il matematico Odifreddi di fronte ai mancati riconoscimenti delle donne nelle discipline scientifiche ne deduce candidamente che questa carenza «sembra indicare come l’attitudine femminile sia direttamente proporzionale alla concretezza e indirettamente proporzionale all’astrazione».

[11] In molti paesi occidentali, che ho preso come contesto di riferimento, le donne sono poco più degli uomini: all’incirca, appunto, 51% donne e 49% uomini (per essere precisi in Italia ogni 100 donne ci sono 94,6 uomini, quindi le donne sono il 51,38 % della popolazione; cfr. p. es. www.ilpost.it/2015/08/22/numero-uomini-donne-mondo/). Da questi dati si possono desumere due cose; la prima è che le donne sono la maggioranza ma sono trattate come una minoranza (paradosso indicativo di per sé); la seconda è che quando si parla di meritocrazia si dà per scontato che attraverso le attuali selezioni emergano più uomini per una ragione per così dire fisiologica, ma in realtà lo sbilanciamento è tale che presupporrebbe una distribuzione statisticamente iniqua dei talenti, cosa che sarebbe tutta da dimostrare e che viene passata come “naturale” mentre non lo è. Questa distribuzione a compartimenti stagni dei talenti è stata promossa dalla cultura patriarcale in moltissimi modi, tra cui appunto la mancanza di accesso da parte delle donne alle discipline scientifiche, finanziarie e tecnologiche, che tra l’altro sono anche tradizionalmente più pagate.

[12] Sono ormai noti diversi casi di obliterazione di artiste e scienziate spesso addirittura per azione dei loro stessi compagni e mariti, gelosi del loro talento: per citarne solo alcuni, Camille Claudel con Auguste Rodin, Dora Maar con Pablo Picasso, Sidonie-Gabrielle Colette con Henri Gauthier-Villars, Mileva Maric con Albert Einstein, Emma Wedgwood con Charles Darwin, Clara Wieck con Robert Schumann ecc. Per l’effetto Matilda v. anche Bibliografia

[13] gender pay gap, che in Italia corrisponde al 30% in meno di stipendio a parità di mansioni.

[14] Secondo gli studi, a 8-10 anni le bambine hanno già interiorizzato questo atteggiamento di rinuncia. La sfiducia nelle proprie possibilità e capacità emerge molti anni dopo, per esempio quando in azienda viene chiesto ai dipendenti di candidarsi per un ruolo nuovo: gli uomini si candidano se hanno il 50% delle competenze, le donne se ne hanno l’80%: in pratica le donne si sbilanciano solo se sono certe di riuscire, perché il costo sociale del fallimento per loro sarebbe molto più elevato.

[15] Nel suo celeberrimo saggio Dalla parte delle bambine, Gianini Belotti (v. Bibliografia) scriveva: «[un uomo] ha il diritto e il dovere di realizzarsi al massimo, da lui ci si aspetta che diventi un individuo, è considerato per quello che sarà. Dalla femmina ci si aspetta che diventi un oggetto, ed è considerata per quello che darà. Due destini del tutto diversi. Il primo implica la possibilità di utilizzare tutte le risorse personali, ambientali e altrui per realizzarsi, è il lasciapassare per il futuro, è il benestare per l’egoismo. Il secondo prevede invece la rinuncia alle aspirazioni personali e l’interiorizzazione delle proprie energie perché gli altri possano attingervi».

[16] Si confrontino per esempio i dati su insegnanti e professori e professoresse: la categoria, che presenta un’ampia maggioranza femminile, decresce regolarmente a partire dalla scuola primaria fino alle università, dove il corpo docente è ad ampia maggioranza maschile (e addirittura ancora oggi, nel 2021, sono presenti solo 7 rettrici su 84).

 

Crediti immagini:
Apertura: Fernando Cobelo
Box: Pixabay

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