Il canone parallelo. Alcuni ritratti di giganti dimenticati

Andrea Tarabbia

Il canone, in poche parole

Calvino, Moravia, Morante, Tomasi di Lampedusa, Pirandello, Sciascia, Levi (Primo e Carlo), Svevo, D’Annunzio, Gadda, Pasolini, Ginzburg, Romano, Deledda, Pavese, Fenoglio. E poi i poeti: Carducci, Gozzano, Montale, Quasimodo, Ungaretti, Gozzano, Pascoli, Saba. Questi due piccoli elenchi sono senza dubbio incompleti, ma non sono arbitrari: contengono i nomi, anzi, i cognomi di quegli autori (molti) e quelle autrici (poche) che formano il canone del Novecento letterario italiano. Che cos’è un canone letterario? È una lista di autori-modello (a volte di opere): chiunque voglia conoscere che cos’è e com’è fatta la letteratura italiana di una data epoca non può non leggere almeno un’opera scritta dalle persone che sono inserite nel canone, perché è lì, nella penna di questi autori, che la nostra lingua ha trovato la sua espressione più alta e la società italiana è stata raccontata meglio e si è riconosciuta; in sostanza questi autori hanno stabilito una norma – le regole dello scrivere bene nella nostra lingua – e sono diventati dei modelli a cui gli autori che sono venuti dopo di loro hanno fatto e fanno riferimento.

Un articolo di Romano Luperini sul canone letterario: http://www3.unisi.it/ricerca/prog/canone/can/Luperini1.htm

Eppure non di soli Calvino, Montale, Pirandello e Morante è fatta la letteratura italiana del Novecento. C’è molto altro, e molto di più. Sia chiaro che non voglio mettere in discussione il canone vigente, e per un motivo molto semplice: quelli che stanno nell’elenco sono tutti autori fondamentali. C’è però una lunga lista di opere e di scrittori e scrittrici che meriterebbero di entrare nel canone e di diventare patrimonio comune dei lettori; i loro libri meriterebbero di essere letti e studiati nelle scuole come letti e studiati nelle scuole sono Lessico famigliare e Se questo è un uomo; invece capita che siano noti soltanto agli addetti ai lavori o a certi lettori particolarmente voraci. Così, l’idea di questo pezzo è molto semplice: fornirò alcuni brevi ritratti di scrittrici e scrittori che, secondo il mio parere, dovrebbero entrare a far parte del nostro canone.

 

Ada Negri, che sfiorò il Premio Nobel

Poetessa e scrittrice, Ada Negri era nata a Lodi nel 1870; quando era all’apice della sua carriera di scrittrice, fu candidata due volte al Premio Nobel per la Letteratura. Non lo vinse, si dice, perché l’Italia, in quegli stessi anni, lo aveva già ottenuto ben due volte: nel 1926 con Grazia Deledda e nel 1934 con Luigi Pirandello (entrambi ancora oggi ben saldi nel nostro canone). Un destino analogo sarebbe capitato, quarant’anni più tardi, a Giuseppe Ungaretti: anche lui candidato più volte al Premio, finì per non vincerlo perché, negli anni in cui il suo nome girava di bocca in bocca tra gli accademici di Svezia, altri due italiani vennero ritenuti più meritevoli di lui di diventare poeti laureati: Salvatore Quasimodo nel 1959 ed Eugenio Montale nel 1975.

Ada Negri frequentò, negli anni Dieci del Novecento, l’ambiente socialista milanese: qui, conobbe Filippo Turati e Benito Mussolini. Nel 1940, divenne la prima donna membro dell’Accademia d’Italia, a testimonianza del fatto che la sua opera, mentre era in vita, era tenuta in grande considerazione: ma forse è proprio questa una delle ragioni dell’oblio di cui soffre la sua produzione ancora oggi – il legame con il dittatore, conosciuto prima della virata fascista e dal quale però Negri accettò certi onori, come appunto la nomina all’Accademia.

In ogni caso, Ada Negri scritto molte raccolte di poesie che meriterebbero una grande attenzione: tra loro, cito Fatalità (1892) e Dal profondo (1910).

Ha scritto anche prosa: la sua prima raccolta di racconti, bellissima, è del 1917 e si intitola Le solitarie. Sono racconti in cui vengono messi in scena dei drammi piccoli, di provincia, vissuti da donne normali, spesso povere e sconfitte; Ada Negri patisce con le sue protagoniste, vi si riconosce, e la sua penna le coglie nell’attimo cruciale delle loro vite – quando devono affrontare una perdita irrimediabile o fare una scelta drammatica che può portare al disastro o al riscatto. Questa grande empatia tra Negri e i suoi personaggi è forse figlia del fatto che le donne di questi racconti assomigliano almeno un po’ all’autrice: qualcuna per via dei tratti somatici; qualcun’altra per il carattere ribelle e volitivo; qualcun’altra ancora perché anche Ada Negri ha avuto una giovinezza dura, ostile e vagabonda, dalla quale ha tratto, grazie al talento, il materiale per scrivere e riscattarsi.

Dopo Le solitarie ci saranno altri libri di prosa, tra cui Stella mattutina (1921) e Sorelle (1929). Morì nel gennaio del 1945.

 

Amalia Guglielminetti, «Lady Medusa»

Per molto tempo, chi ha parlato di Amalia Guglielminetti lo ha fatto perché visse una storia d’amore con il poeta Guido Gozzano e perché il loro epistolario è uno dei più belli e tormentati del Novecento italiano.

Guglielminetti ha molte cose in comune con Ada Negri: l’epoca, poiché nacque nel 1881 e morì nel 1941; l’occupazione letteraria, poiché anche lei fu sia poetessa che autrice di racconti; l’oblio. Amava farsi chiamare con degli pseudonimi, e il suo preferito era Medusa: figura solitaria, scontrosa, piena di talento, venne a poco a poco lasciata da parte dai suoi contemporanei non solo per il carattere difficile, ma anche perché si cominciò a dire di lei che portasse sfortuna. La verità è che non le perdonarono il carattere indipendente e il fatto che trascinò in tribunale Pitigrilli, intellettuale fascista con cui ebbe una storia d’amore finita malissimo. Come lei sono molte delle eroine dei suoi racconti (tra gli altri: I volti dell’amore, 1913; Anime allo specchio, 1915; La rivincita del maschio, 1923): indipendenti, forti, in certi casi perfino crudeli; o le donne ritratte nelle sue liriche – tra le altre, Le vergini folli, 1907, e Le seduzioni, 1909, che già dai titoli dicono di un temperamento sensuale, orgoglioso e, perché no, femminista.

 

Massimo Bontempelli, l’inventore (forse) del realismo magico.

Quando, nel 1967, il colombiano Gabriel Garcia Marquez pubblicò Cent’anni di solitudine, il mondo sembrò accorgersi all’improvviso di un genere, esploso nell’America meridionale, che in Italia chiamiamo “realismo magico”: si tratta di una corrente letteraria molto varia e complessa, il cui tratto distintivo è forse il fatto che inserisce elementi magici in ambientazioni realistiche; i personaggi si muovono nel mondo che tutti conosciamo, ma ecco, all’improvviso, in questo mondo ordinario succedono cose straordinarie. Ovviamente, non fu Garcia Marquez a inventare il genere. Anzi, uno dei primi casi di realismo magico nella letteratura mondiale è italiano: Gente nel tempo, romanzo bellissimo che Massimo Bontempelli pubblicò nel 1937. Nella prima pagina del romanzo, la matriarca della famiglia Medici, chiamata la Gran Vecchia, muore, e morendo lancia una maledizione: nessuno, nella sua famiglia, morirà vecchio, e nessuno avrà figli. Insomma: i Medici si devono estinguere nel giro di una generazione. E questo è quello che davvero accade: a cadenza più o meno regolare – circa cinque anni – i quattro superstiti della famiglia muoiono, e lo fanno rendendosi conto che la maledizione della Gran Vecchia funziona davvero… immaginate l’angoscia di sapere quasi con esattezza il momento in cui per voi sarà finita. Questo è l’innesco di Gente nel tempo, libro scritto da un autore che, all’epoca, era tra i più considerati benché cominciasse ad avere qualche problema con il regime (Bontempelli, che sulle prime era stato fascista, negli anni Trenta ebbe parecchi problemi col regime e finirà la sua vita come uomo di sinistra).

Bontempelli scrisse molti opere di narrativa, tra cui La vita intensa (1920), il romanzo di fantascienza Eva ultima (1923) e L’amante fedele (1953), drammi teatrali e saggi; tradusse dal francese ed ebbe una lunga storia d’amore con un’altra grande dimenticata dal canone: la scrittrice Paola Masino.

 

Paola Masino, la non-massaia

Il titolo del libro forse più famoso di Paola Masino la dice lunga su chi sia stata, come persona e come autrice: Nascita e morte della massaia (1945) è un’opera radicale, sperimentale nella lingua e negli argomenti. Ha per protagonista una “personaggia”, ovvero una bambina che, all’inizio, vive dentro un baule perché non vuole accettare le regole che la società retrograda e maschilista che l’ha messa al mondo (quella italiana) le vuole imporre – essere desiderabile per i maschi, imparare a fare cose “da femmina”, tipo amministrare la casa o cucire, sposare un uomo benestante a cui essere fedele e così via: insomma trasformarsi in massaia. È una ribelle che urla, sbraita e se la prende soprattutto con la mamma, colpevole di volerle imporre la casalinghitudine. Ma poi, all’improvviso, accetta, o sembra farlo. Ma è davvero così? Nascita e morte della massaia è la storia di una ribellione, scritta con una lingua furibonda, intensissima e coraggiosissima – non tanto per lo stile, che pure è molto teso, quanto perché Masino scrive la storia di un rifiuto delle convenzioni sociali e famigliari in un momento molto delicato, il 1945: l’Italia è ancora oppressa dal fascismo, c’è la guerra e le donne sono considerate, come avrebbe scritto in quegli stessi anni una grande autrice francese, Simone de Beauvoir, Il secondo sesso.

 

Crediti immagini
Apertura: Ada Negri fotografata da Mario Nunes Vais (Wikimedia Commons)
Box: Paola Masino (Wikimedia Commons)

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