Il dono come vincolo: uno sguardo alla cultura greca arcaica

Andrea Ercolani

Reciprocità e obbligatorietà

La pratica del dono, da un punto di vista antropologico, rientra nei comportamenti improntati alla “reciprocità”, ovvero all’obbligo di compiere, a fronte di un’azione, un’altra azione uguale in direzione contraria. Il dono, pertanto, richiede e prevede un contraccambio (do ut des), ha natura obbligante, è di fondamentale importanza nella definizione delle relazioni interpersonali, nella misura in cui serve a sancire vincoli e a stabilire rapporti.

Donare un dono equivale ad aprire un credito; accettare un dono equivale a contrarre un debito. E proprio per questo, solitamente, i doni vengono scambiati tra pari, cioè a dire tra individui in grado di contraccambiare. Ogni squilibrio (reale o potenziale) è pericoloso.

Sulla logica del dono e sul donare come pratica sociale è fondamentale M. Mauss, “Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche”, Milano, 2002; il testo originale è reperibile cliccando qui

Dono e vincolo ospitale

Il dono è lo strumento con cui si creano i vincoli ospitali, che si passano in eredità (con tutti gli oneri e gli onori del caso) all’interno del gruppo familiare. Il dono ospitale è dato da chi ospita a chi è ospitato: è una forma di assistenza concreta che si presta a chi è lontano dal proprio contesto sociale, e che ha lo scopo di garantirsi, per un eventuale futuro, un’identica forma di assistenza. L’obbligo di reciprocità è qui particolarmente evidente (non a caso gli ospiti sono tutelati da Zeus xenios, «protettore degli ospiti», che si fa garante del vincolo e quindi della sua futura corresponsione). L’esempio paradigmatico in positivo è dato da Glauco e Diomede (Iliade VI 119-236). I due guerrieri, che militano su fronti opposti, si incontrano sul campo di battaglia: al momento di iniziare lo scontro Diomede si rivolge all’avversario e ne indaga l’origine; dal dialogo emerge che i due sono legati da vincolo d’ospitalità, giacché Oineo, padre di Tideo padre di Diomede, aveva ospitato un tempo Bellerofonte, antenato di Glauco, e si erano scambiati «bei doni ospitali» (v. 218). Il risultato è che «Io (= Diomede) sono per te in Argo ospite caro, tu (per me) in Licia, se mai io giunga tra quel popolo» (vv. 224 s.). Cessano le ostilità: Glauco e Diomede si impegnano a non combattersi e rinsaldano il legame scambiandosi le armi. E qui emerge un’altra caratteristica del dono: il suo valore oggettivo. Le armi di Glauco sono d’oro, del valore di 100 buoi, quelle di Diomede di bronzo, del valore di nove buoi, e a commento dello scambio commenta il narratore: «Zeus Cronide a Glauco tolse il senno» (v. 234). Anche nel valore del dono deve esserci equilibrio e parità, visto che il dono, nella sua dimensione oggettuale, è una forma di circolazione di beni in un’economia premonetale.

 Sull’episodio di Glauco e Diomede si può vedere S. Fornaro, “Glauco e Diomede” Venosa 1992.

Altrettanto significativo è il caso di Odisseo e di Polifemo, episodio di ospitalità negata, che funziona come antimodello. Odisseo, da straniero bisognoso, cerca di stabilire relazioni ospitali e richiede un dono al Ciclope (Odissea IX 337-339). Polifemo, che non ha rispetto per i codici comportamentali né umani né divini, gli dona un dono abnorme (esattamente come abnorme è tutto il suo comportamento, dieta compresa), negando di conseguenza l’instaurazione di qualsiasi forma di rapporto o vincolo: a fronte della rinnovata richiesta di Odisseo (vv. 466 s.) risponde (vv. 470-472) che lo avrebbe divorato per ultimo, e questo sarebbe stato il suo dono ospitale. Si tratta, in tutta evidenza, di un rovesciamento radicale delle norme comportamentali riconosciute.

Il dono ingannevole

I doni gratuiti, che non prevedono contraccambio e risultano squilibrati perché non reciproci, sono pericolosi. Questo insegnano i miti che trattano di doni ‘dispari’.

Tralasciando il cavallo di Troia, tanto palese nella sua esemplarità da aver indotto il virgiliano timeo Danaos ac dona ferentis (Eneide, II 49) – parole pronunciate da Laocoonte nel tentativo di dissuadere i Troiani dall’accogliere il dono del cavallo e dal trasportalo entro le mura –, il primo mito che dichiara la natura ambigua del dono a senso unico è al centro delle Trachinie di Sofocle. Il centauro Nesso, in punto di morte, aveva donato a Deianira un poco del suo sangue, spacciandolo come potente filtro amoroso. Un dono anomalo, perché senza (possibilità di) contraccambio. Deianira, in preda alla gelosia, per riconquistare l’amore di Eracle gli manda a sua volta in dono una veste intrisa di questo sangue: altro dono anomalo, anche questo non in vista di un contraccambio. Ed avviene l’irreparabile: Eracle indossa la veste e va incontro a una dolorosa e straziante morte. Ingannevole, questa volta intenzionalmente e consapevolmente, è pure il dono di Medea alla principessa figlia di Creonte re di Corinto (l’episodio è narrato nella Medea di Euripide, dove la principessa – Glauce o Creusa, secondo altre fonti – è anonima): come segno del suo rinsavimento e dell’accettazione rassegnata del ripudio da parte di Giasone, Medea invia alla principessa e futura sposa del suo ex consorte una veste e una ghirlanda come doni nuziali. Doni dati in circostanze anomale e da un donatore anomalo. E l’esito è nuovamente esiziale: la principessa muore tra atroci tormenti, come pure il padre accorso ad aiutarla.

Un bell’esempio di ‘doni ingannevoli’ costituisce uno dei temi della saga di Harry Potter. Clicca qui per vedere un frammento del racconto, che evidenzia tutta l’ambiguità e la pericolosità dei doni dati/ricevuti in rapporto sbilanciato

La potenza del dono

Il dono è qualcosa di immensamente potente, in grado di soggiogare il destinatario alla volontà dell’offerente, come dichiara espressamente un frammento esiodeo (fr. 361): «i doni persuadono dèi e re venerandi». Un’espressione, questa, che dovette trasformarsi in proverbio, se pure in origine non lo era, a quanto si ricava da un passaggio della Medea di Euripide (v. 964): «il detto è “i doni persuadono gli dèi”»: parole di Medea, prima di inviare i figli a recare l’esiziale dono (vd. qui sopra). La formulazione esiodea è tuttavia più pregnante: ha i tratti di un’espressione polare, cioè di un enunciato esprimente totalità e assolutezza attraverso la menzione di due singoli elementi opposti e complementari: gli dèi da un lato, i re dall’altro, che quasi per assunto dovrebbero essere gli agenti meno sensibili al fascino del dono, stanno a indicare che tutti, indistintamente, siamo soggiogati e dobbiamo sottostare al vincolo del dono. Il regalo è tutta un’altra storia.

Immagine di apertura: Gruppo del Laooconte, particolare. Agesandro, Atanodoro, Polidoro. Roma, Musei Vaticani (via Wikimedia Commons)

Immagine del box: Lo scambio di doni tra Glauco e l’arabo, Diomede. Gela, Museo Archeologico Regionale (via Wikimedia Commons)

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