Imperialismo, decolonizzazione e cambiamenti climatici. Dalle responsabilità storiche agli attuali problemi etici

Beatrice Collina

Lo sfruttamento naturale intensivo di vaste aree del mondo affonda le proprie radici nei primi secoli della modernità, all’indomani delle scoperte geografiche avvenute a partire dal XV secolo; tuttavia, gli studiosi di discipline sia scientifiche sia umanistiche evidenziano come il degrado ambientale, i cui effetti sono sempre più evidenti con fenomeni meteorologici estremi, abbia subito una inedita e preoccupante accelerazione dalla metà del Novecento. Una accelerazione che si è sovrapposta storicamente al complesso fenomeno della decolonizzazione, ovvero al progressivo tramonto del potere coloniale e imperialista degli Stati nazionali europei sui territori di Africa, Asia, Sud America. La fine di questa modalità di controllo e sfruttamento ha portato con sé nuovi equilibri e disequilibri su scala globale. Nell’impossibilità di uscire da condizioni di povertà ricorrendo all’esclusivo commercio di materie prime, le “ex colonie” hanno adottato nei decenni successivi le stesse logiche di industrializzazione dei paesi occidentali, abbracciando al contempo uno stile di vita consumistico. Lo stretto legame tra colonialismo, decolonizzazione e cambiamenti climatici, con riferimento specifico alla situazione asiatica, è tra i punti al centro della riflessione dello scrittore e antropologo indiano Amitav Ghosh (n. 1956), la cui opera La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile (2017) si è posta sin da subito come testo imprescindibile nel dibattito internazionale su questi temi.

Il giovane ricercatore Malcom Ferdinand, che si occupa di filosofia ed ecologia politica, è giunto nelle sue analisi addirittura a coniare l’espressione “ecologia decoloniale”, sottolineando l’urgenza e la necessità di includere all’interno del dibattito ambientalista i temi del razzismo e dell’eredità dello schiavismo. Per approfondire la sua prospettiva, si rimanda a una recente intervista:

https://www.globalproject.info/it/in_movimento/la-crisi-climatica-come-una-nave-negriera-ecologia-e-anticolonialismo/23020

Il tema del degrado ambientale, di cui i cambiamenti climatici estremi sono tra le conseguenze maggiormente visibili, sta facendo emergere una complessa rete di questioni etiche che investono l’ambito sociale ed economico, mostrando tutta la difficoltà di far convivere diritti che sembrano essere mutualmente esclusivi. Da un lato il diritto allo sviluppo dei paesi poveri, le cui condizioni di povertà hanno precise responsabilità storiche ascrivibili alle nazioni europee; dall’altro l’universale diritto alla salute e all’importanza di vivere in un contesto ambientale sano e sicuro. Una situazione aggravata dalla stretta interdipendenza in un mondo globale, per cui non è più possibile ragionare in termini nazionali o locali.

Ma come uscire da questa impasse? Alcuni studiosi contemporanei, come il filosofo statunitense Henry Shue, propongono di distinguere tra “emissioni di sussistenza” ed “emissioni di lusso”: ai paesi più poveri dovrebbe essere garantita la possibilità di inquinare entro limiti stabiliti con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, “tagliando” al contempo le emissioni riconducibili alle produzioni non necessarie dei paesi più ricchi. Altri approcci tendono a essere più radicali, come quello del filosofo Ronald Sandler, il quale è a favore di quella che definisce una “mitigazione aggressiva”: nella situazione attuale, l’unica strategia consisterebbe nell’abbattere drasticamente le emissioni a livello globale, con notevoli costi economici, tecnologici e sociali nell’immediato, ma comunque preferibili in termini pratici ed etici alle nefaste conseguenze dell’inazione o dell’adozione di strategie troppo timide.

Povertà, razzismo, problemi ambientali appaiono così temi profondamente interconnessi tra loro. La soluzione ai disastri climatici non può essere trovata se non si affrontano le questioni di ingiustizia sociale. Non è possibile uscire dalla situazione attuale senza coinvolgere le popolazioni più svantaggiate; d’altra parte non è ragionevole pretendere che quelle stesse popolazioni rinuncino all’opportunità di migliorare le proprie condizioni di vita.

La crisi ambientale rende infine evidente i limiti del sostrato culturale su cui si è costruito il benessere occidentale. La logica del possesso e dello sfruttamento della terra e delle persone, lo stile di vita orientato al consumismo, la percezione di una temporalità sempre presente, sono semplicemente incompatibili con la difesa dell’ambiente e con la stessa possibilità di pensare l’umanità al futuro.

 

I movimenti per il clima. Protagonisti, peculiarità, sfide

Negli ultimi anni si è assistito al formarsi di molti gruppi e movimenti, costituiti soprattutto da ragazze e ragazzi, che in tutto il mondo hanno posto al centro del dibattito pubblico l’urgenza di azioni concrete da parte dei singoli e dei governi per contrastare i cambiamenti climatici, di cui il più noto è certamente il Fridays For Future nato dall’azione della giovane attivista svedese Greta Thunberg. Sono due gli aspetti interessanti di questi movimenti. Il primo consiste nel tema del diritto delle generazioni future di poter godere della stesse risorse ambientali di chi li ha preceduti. Si tratta del rovesciamento della concezione temporale radicata nel paradigma culturale occidentale di epoca moderna, che si esprimono in massime tipiche della visione capitalista come “il tempo è denaro”.

Un secondo punto di interesse riguarda la modalità con cui questi movimenti sono nati e si sono diffusi. Dal punto di vista della filosofia politica, questi gruppi costituiscono un originale e concreto esempio di democrazia partecipativa dal basso che riesce a fare pressioni sulle istituzioni pur all’interno di un percorso di azione indipendente e spontaneo, capace tuttavia di darsi una struttura, tanto da veder nascere gruppi locali legati al movimento internazionale in molte città e paesi del mondo. Ancora prima dell’attuale notevole visibilità, tuttavia, i problemi ambientali hanno spesso rappresentato il punto di partenza di veri e propri laboratori di pratiche democratiche non istituzionalizzate. Dalla seconda metà del Novecento, diverse comunità negli Stati Uniti si sono ritrovate a lottare contro episodi di ingiustizia ambientale, spesso aggravate da un atteggiamento razzista (tanto da arrivare a parlare di razzismo ambientale). In molti casi, ad esempio, è stato possibile dimostrare come i rifiuti tossici e pericolosi siano stati volontariamente riversati in territori o zone abitate da cittadini a maggioranza afro-americana. Anche molte aree in Italia hanno visto negli anni passati la creazione di movimenti dal basso. Tra le prime e più significative esperienze in questo senso, si può ricordare quella dell’attivista e sociologo Danilo Dolci (1924-1997) che trasferitosi a Partinico in Sicilia, negli anni Cinquanta diede inizio a una lotta non violenta per l’accesso all’acqua nelle zone più svantaggiate della città e rendendo evidente il circolo vizioso tra conflitti ambientali, povertà e criminalità. Danilo Dolci riteneva che solo coinvolgendo i diretti interessati, spesso esclusi da decisioni politiche prese dall’alto, valorizzandone le competenze e le conoscenze lavorative e culturali, si sarebbe potuto trovare la soluzione ai problemi. Non a caso, il suo metodo veniva etichettato come “maieutica socratica” finalizzato a un esercizio che oggi definiremmo empowerment.

Per conoscere alcune significative esperienze di lotta contro il degrado ambientale in diverse parti del mondo, con peculiarità ben precise e spesso anche molto distanti dalla nostra realtà europea, si suggerisce questo articolo pubblicato in occasione della Giornata della Terra 2021:

https://bit.ly/3zFRnzk

Il merito dei movimenti contemporanei per il clima è di renderci consapevoli di come i disastri ambientali non riguardino soltanto le singole comunità in cui si verificano, ma hanno cause ed effetti che oltrepassano confini locali e nazionali. L’attivismo nelle zone più difficili del pianeta ci dimostra inoltre che il degrado ambientale non è mai soltanto questo, ma porta con sé la necessità di una azione contro i problemi della povertà, delle ingiustizie sociali ed economiche, del razzismo e, più nel profondo, di un ripensamento del preciso paradigma culturale che li ha generati.

A partire dal 2020 e fino al 2023, è in corso il Progetto europeo “End Climate Change – Start Climate of Change” che si pone come principale obiettivo la sensibilizzazione dei giovani tra i 16 e i 35 anni nei diversi paesi coinvolti, tra cui l’Italia. Molte le iniziative di ricerca e di sensibilizzazione proposte. I materiali prodotti saranno di volta in volta resi disponibili sul sito del Progetto: https://climateofchange.info/italy/

 

Crediti immagini: 

Apertura: Una discarica a Jakarta, Indonesia (Wikimedia Commons)
Box: Friday for future, Aschaffenburg, 15/03/2019 (Wikimedia Commons)

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Commenti [2]

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  1. alessandro moro

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    Da persona che esercita la professione di docente mi viene da pensare alle nuove generazioni come eventuali portatori di un percorso che riesca a riallacciare il rapporto con la natura e i suoi equilibri. Contemporaneamente constato che l’irrazionalità espressione di pulsioni e passioni è attiva in una parte consistente dei miei studenti. Spesso nell’insegnamento mi trovo appunto a misurarmi con tale forza , e la relazione razionale basata sul solo buon senso , sull’uso della ragione come potrebbe pensare un illuminista, o sul sentimento di stampo romantico che sulla scia della provvidenza Manzoniana garantisce quella presunta nobiltà e idealità dell’animo che dovrebbe salvarci, faccio fatica a riconoscerle, le vedo in modo intermittente in mezzo a un mondo di pulsioni e tendenze alla frantumazione. Osservo gli studenti del tecnico prevalentemente, ma capisco che gli studenti ancora sottomessi ai professori che accettano secondo il modello di scuola del passato, non sono poi meno conflittuali nella loro dimensione interiore che poi potrebbe uscire e diventare non rispondente al bisogno di ristabilire un equilibrio con la natura. La conclusione è che comunque si gioca la partita con le nuove generazioni come soggetto centrale per il futuro del pianeta, ma noi insegnanti dobbiamo capire che il nostro rapporto con le attuali generazioni, ha sfondi che sono intessuti da grandi forze irrazionali, e con esse, le forze irrazionali, ci dobbiamo misurare per non interrompere la comunicazione e ricercare il miglioramento della relazione uomo- donna natura

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