La donna “di potere” nella narrazione tradizionale di Roma antica: Messalina, Livia e le altre

Michela Mariotti

Messalina, meretrix Augusta

In italiano il nome “messalina” indica per antonomasia una donna dal comportamento sessuale libero e sfrenato, un uso linguistico derivato dal ritratto a tinte fosche che la tradizione antica ci ha consegnato della moglie dell’imperatore Claudio, Valeria Messalina. Al fianco del princeps quand’egli succede a Caligola nel 41 d.C., e destinata a cadere per mano del carnefice pochi anni dopo, nel 48 d.C., Messalina è passata alla storia come meretrix Augusta, «prostituta di casa imperiale». Così la definisce Giovenale nella sua satira contro il matrimonio (e le donne), quando avverte che non ci si deve stupire se la corruzione morale dilaga tra le matrone romane, poiché la domus Augusta ha dato per prima l’esempio: Messalina di notte abbandonava il talamo nuziale, e indossata una parrucca bionda, facendosi chiamare Licisca come una volgare prostituta, vendeva il proprio corpo in un bordello, mostrando senza vergogna il ventre che aveva partorito il nobile Britannico (Iuv. 6, 115-135). E con il ritratto del poeta satirico collima la ricostruzione degli storici antichi: Suetonio, Tacito, Cassio Dione sono tutti concordi nel presentare Messalina come una ninfomane avida e senza scrupoli, capace di tutto pur di raggiungere i suoi bassi scopi.

 

Inchiodata dall’adulterio con Silio

Eppure Messalina apparteneva alla più alta aristocrazia romana, discendendo da Augusto (da sua sorella Ottavia) per parte sia paterna sia materna, ed era stata l’unica consorte imperiale ad aver generato all’imperatore in carica un erede maschio, Britannico, come ricorda Giovenale. Come si è generata allora una tradizione tanto ostile?

La caduta in disgrazia di Messalina è legata a un episodio piuttosto singolare, oggetto di interpretazioni discordanti anche da parte degli studiosi moderni: l’adulterio con Gaio Silio, console designato del 48. Un tradimento spudorato, dato che Messalina era arrivata addirittura a sposarsi con l’amante, con tanto di «dote consegnata in presenza dei testimoni» (Suet. Cl. 26). Messalina avrebbe dunque perso la testa per «il giovane più bello di Roma» (iuventutis Romanae pulcherrimus), come racconta Tacito (Ann. 11, 12, 2) impiegando il lessico dell’insania d’amore (novo et furori proximo amor… exarserat) per sottolineare la travolgente passione della donna, e la conseguente condanna a morte dei due adulteri, estesa da Claudio a quanti furono conniventi con gli amanti, sarebbe la semplice reazione di un marito tradito. Ma la narrazione dei due storici antichi lascia intendere altro.

 

Una donna per legittimare un complotto

L’amante di Messalina si era distinto in senato come sostenitore di una politica conservatrice, impegnata a frenare l’avanzare di nuovi ceti ricchi: Tacito ha cura di informarci che Silio aveva proposto il ripristino della lex Cincia, che impediva la percezione di compensi per l’avvocatura forense, proprio mentre Claudio si occupava di rivedere le liste dei senatori. Messalina si recava a casa di Silio non furtim, sed multo comitatu, «non di nascosto, ma con molto seguito», trasportandovi servi, liberti e l’intero apparato del fasto principesco, velut translata iam fortuna, «come se la dignità imperiale fosse già stata trasferita» (Ann. 11, 12, 3). Un adulterio anomalo, dunque, su cui si stende l’ombra del complotto, confermata da Tacito poco oltre (11, 26, 2), quando rivela che il piano dei congiurati prevedeva l’assassinio di Claudio, il matrimonio degli adulteri e l’adozione di Britannico da parte di Silio. E in effetti, durante una temporanea assenza del princeps, Messalina e Silio celebrarono pubblicamente, alla presenza di testimoni e con ogni solennità, un rito nuziale che pretendeva di essere valido a tutti gli effetti (contratto, secondo la formula tradizionale, suscipiendorum liberorum causa), e insieme, come marito e moglie, presero parte al banchetto di nozze (11, 27, 1). Atto di straordinaria audacia, che rispondeva però a una logica precisa, come sottolinea F. Cenerini (Messalina e il matrimonio con C. Silio, Berlino 2010): trasferire il potere imperiale da Claudio a un membro dell’aristocrazia senatoria attraverso il matrimonio con Messalina. Il matrimonio con l’Augusta come strumento di legittimazione dell’ascesa al potere di un sostituto di Claudio, suo marito: un paradosso significativo. Vediamo perché.

 

Matrimoni politici e ruolo femminile

L’uso politico del matrimonio, come pure il trasferimento delle mogli (ridotte al ruolo di “ventre”, contenitore dei futuri cittadini romani) risale alla tradizione repubblicana. Celebre è il caso di Marzia, moglie di Catone, ceduta dal marito all’oratore Quinto Ortensio Ortalo quando era incinta di Catone, e da lui risposata (vedova ancora giovane e ricca) alla morte di Ortensio; esempio, questo, di «una strategia riproduttiva che conciliava pianificazione familiare e pianificazione cittadina, della quale… erano artefici gli uomini e di cui le donne erano strumento consenziente» (E. Cantarella, Passato Prossimo, Milano 1998). Il precedente più significativo però riguarda la stessa domus imperiale: Livia fu ceduta ad Augusto dal primo marito Tiberio Claudio Nerone quando era incinta di Druso e già madre di Tiberio. Sposare Livia, moglie e figlia di esponenti del partito uscito sconfitto dalle guerre civili, rispondeva alla politica di integrazione dei vinti nel nuovo assetto statale ed era quindi un atto fondativo del principato, uno strumento di legittimazione del potere augusteo. A quel precedente evidentemente guardano i congiurati del 48, quando con l’inganno fanno firmare a Claudio il consenso alle nuove nozze della moglie (Suet. Cl. 29), ma lo scarto rispetto al precedente di Livia è notevole. La cessione di Messalina presuppone che il polo femminile della coppia imperiale possa essere fonte di legittimazione del potere stesso, cioè che attraverso l’Augusta il potere imperiale possa essere trasferito a un elemento esterno alla domus. Una donna depositaria del massimo potere dello Stato.

 

Il destino di Messalina, ninfomane in quanto indomitum animal

Il complotto fallì per l’intervento dei potentissimi liberti di Claudio, Narcisso, Pallante e Callisto, che avrebbero avuto tutto da perdere con il cambio di vertice, e la sanguinosa repressione che seguì conferma che la posta in gioco non era la fedeltà coniugale ma l’impero, come riconosce Suetonio: «l’amore di Claudio per Messalina… cedette non tanto di fronte agli oltraggi indegni quanto alla paura del pericolo, poiché credette che lei volesse portare all’impero l’adultero Silio» (Cl. 36).

Messalina fu colpita dalla damnatio memoriae: contro di lei fu gettato discredito con l’accusa di lussuria, riconducibile allo stereotipo maschilista che dipingeva la donna come indomitum animal, un essere irrazionale e per natura sfrenato (appetiti sessuali in primis).

È il punto di vista espresso da Catone, secondo Livio (34, 2-4), nel dibattito sull’abrogazione della lex Oppia, una legge sumptuaria, varata in piena guerra punica nel 215 a.C., che imponeva misure restrittive al lusso delle matrone: per sostenere la proposta di abrogazione, presentata dai tribuni della plebe M. Fundanio e L. Valerio nel 195, quando ormai l’emergenza bellica era passata, le matrone romane erano addirittura scese in piazza, comportamento inconciliabile con il pudor loro richiesto. Catone le paragonò alle mitiche donne di Lemno, che in una notte uccisero i loro mariti e imposero un regime matriarcale: l’impotentia muliebris, la «sfrenatezza femminile», doveva essere imbrigliata e tenuta sottomessa con gli strumenti giuridici che i maiores avevano saggiamente approntato. Ogni concessione si sarebbe rivelata fatale per la supremazia maschile: extemplo simul pares esse ceoperint superiores erunt, «immediatamente, appena (le donne) avranno conquistato la parità, saranno superiori» (Liv. 34, 3, 1).

 

Un sistema socio-culturale maschilista e il ritratto tradizionale di Messalina

Al discorso di Catone segue in Livio la replica del tribuno Valerio, che sostiene una linea più morbida, fatta di paternalistiche e mirate concessioni, basata su uno stereotipo opposto a quello catoniano: non più la donna come natura sfrenata e capace di ogni eccesso, libidinosa, avida e crudele se solo lasciata libera di agire, ma il “sesso debole”, fragile nelle energie fisiche e mentali, bisognoso di protezione e guida. Due immagini diverse della figura femminile, al servizio di un unico sistema socio-culturale, ostile a qualsiasi ipotesi di parità di genere. Lo schema argomentativo adottato da Livio è ricalcato da Tacito (Ann. 3, 33-34) per la discussione, in età tiberiana, di un provvedimento che vietava alle mogli dei governatori di accompagnare il marito in provincia: una puntuale ripresa che dimostra la permanenza di una struttura culturale di lunga durata.

A dispetto del ritratto offerto dalla narrazione storiografica, Messalina non avrà avuto costumi sessuali molto diversi da quelli delle altre donne della domus Augusta: la fama di prostituta che ne infangò la memoria era il prodotto di una cultura maschilista; l’adulterio che ne causò la morte era la forma voluta dalla propaganda dei congiurati per il complotto politico a cui la moglie di Claudio partecipò. A quale scopo? Probabilmente per difendere gli interessi del figlio Britannico, preoccupata dall’influenza di Agrippina, madre di Nerone.

 

La matrona romana tra repubblica e impero

All’interno della domus Augusta il ruolo femminile è ambiguo e complesso. Le leges Iuliae de adulteriis coercendis et de maritandis ordinibus promulgate da Augusto nel 18-17 a.C. richiamavano il modello ideale della matrona repubblicana, dedita alla famiglia (domiseda, lanifica, univira, casta, pudica erano gli aggettivi che definivano il ruolo tradizionale della donna romana: relegata in casa, intenta a filare la lana, devota all’unico uomo della sua vita), ma quel modello era irrimediabilmente superato, grazie al processo di emancipazione femminile verificatosi nella tarda repubblica, tra il II e il I secolo a.C. Il nuovo istituto del matrimonio consensuale e l’allentamento delle norme sulla tutela giuridica avevano permesso alla donna romana, che da sempre aveva accesso all’istruzione e all’eredità patrimoniale, di invadere spazi tradizionalmente riservati agli uomini. In particolare negli anni delle guerre civili l’allontanamento da Roma di molti protagonisti della scena politica aprì anche alle donne la possibilità di intervenire nella politica cittadina operando sia in luoghi pubblici come il foro o il tribunale (con esempi di donne avvocato), sia nel privato delle loro case, divenute però sedi parallele della politica (con mogli o madri che facevano attività di mediazione tra i leader lontani e la base romana, e collaboravano ai loro progetti). Con il passaggio dalla repubblica al principato, e dalla gens alla domus imperiale, il ruolo femminile diventa inevitabilmente più complesso, caricandosi delle stesse ambiguità che caratterizzano il regime del princeps. Le donne della domus Augusta, casa privata di Ottaviano ma anche sede del potere imperiale, elemento di mediazione tra princeps e società, sono chiamate a vivere un doppio ruolo, pubblico e privato.

 

Livia, la prima Augusta: matrona ideale o subdola avvelenatrice

Livia incarna l’ideale della matrona tradizionale propugnato dalla propaganda augustea: è casta e pudica, dedita al marito e alla famiglia (Suet. Aug. 73 ci informa che Augusto indossò quasi sempre abiti fatti in casa, confezionati dalla sorella, dalla moglie, dalla figlia o dalle nipoti), ma già in questa sua veste tradizionale deve esercitare un ruolo pubblico, essere un’icona capace di influenzare le matrone romane. A Livia e alla sorella di Augusto, Ottavia, sono concessi privilegi come la sacrosanctitas, l’inviolabilità propria dei tribuni della plebe, e lo ius imaginum, la possibilità di essere onorata con statue; a loro sono dedicate rispettivamente la due porticus Octaviae e Liviae: riconoscimenti che pongono Livia e Ottavia su un piano di superiorità sociale e ne confermano il ruolo di rappresentanza. Sull’esempio delle donne della domus Augusta, alle virtù tradizionali la matrona dell’età imperiale dovrà unire nuove capacità imprenditoriali, impiegando le proprie ricchezze in opere di pubblica utilità e così integrandosi come parte attiva nel corpo sociale.

Livia e le altre donne della famiglia di Augusto svolgono un ruolo pubblico di difficile definizione perché mai ufficialmente istituzionalizzato: Livia riceve il titolo di Augusta solo alla morte del marito (che la adotta facendola entrare nella gens Iulia per rafforzare la successione di Tiberio). In quanto assegnatarie di un ruolo pubblico, Livia e le Augustae dopo di lei si definiscono come donne “di potere”, ma occorre sottolineare che l’azione politica femminile all’interno della domus imperiale è sempre condotta nel solco dell’elemento maschile di riferimento, non diversamente da quanto accadeva con le matrone emancipate della tarda repubblica. Non solo. L’agire politico delle Augustae è oggetto di una narrazione fortemente ideologizzata. Così, mentre lo storico d’età augustea Velleio Patercolo ci consegna un ritratto encomiastico di Livia, la posteriore storiografia filosenatoria di Tacito getta sulla stessa Livia il sospetto di avere avvelenato Gaio Cesare e Lucio Cesare, i nipoti adottati da Augusto, Germanico, e perfino il marito Augusto.

 

La forza degli stereotipi

Sesso e veleno sono motivi tipici dell’impotentia muliebris, uno stereotipo attorno a cui si polarizza la paura maschile per le donne, dai processi per veneficium (duemila le donne condannate a morte nel solo processo del 180 a.C.), al ritratto al vetriolo riservato a Clodia, la Lesbia amata da Catullo, nell’orazione Pro Caelio di Cicerone. Cicerone rappresenta Clodia, sorella del tribuno della plebe Clodio, suo avversario politico, come una prostituta d’alto bordo, depravata tanto da macchiarsi d’incesto con il fratello, sospettata persino di avere avvelenato il marito Q. Metello Celere. Un ritratto che valse a screditare la testimonianza della donna contro Celio (che fu assolto). Un ritratto che fa a gara con le peggiori invettive scagliate contro Clodia da Catullo, amante abbandonato: la puella scappata dalle sue braccia, che siede nelle più squallide bettole della città, e che batte i vicoli e gli incroci in cerca di rapporti occasionali (cc. 37 e 58), «se la goda con i suoi trecento amanti che stringe tutti insieme tra le sue braccia, senza amare nessuno, ma sfiancandoli tutti uno dopo l’altro» (11, 17-20).

Un ritratto che, non a caso, mostra significative consonanze con la raffigurazione della meretrix Augusta di Giovenale.

Puoi ascoltare una conferenza di Eva Cantarella sul tema della paura delle donne, cliccando qui

 

Crediti immagini
Apertura: Henri de Toulouse-Lautrec, Messalina, 1900-1901 (Wikimedia Commons)
Box:Statua di Livia come Opi/Cerere, dea della fertilità, con cornucopia, capo velato, corona d’alloro e spighe di grano (Wikimedia Commons)

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