L’ombra del cigno nero. Effetti macro e microeconomici di Covid-19

Francesca Faenza

Un anno prima del crollo di Lehman Brothers che avrebbe scatenato la recessione globale, l’economista Nassim Taleb pubblicava un saggio destinato a diventare celebre, The Black Swan (2007).

Il cigno nero di cui parla Taleb è un tipo di evento avverso che si caratterizza per tre elementi: giunge del tutto inatteso; ha un enorme potenziale di danno; risulta prevedibile e spiegabile solo a posteriori, a mo’ di predizione postuma. Un esempio? Il crollo di Wall Street nel 1929.

Qualcuno ora teme che un nuovo cigno nero si stia affacciando all’inizio di questi anni Venti: il coronavirus. È davvero così? Se sì, quali effetti avrà l’epidemia a livello macroeconomico? E, a livello microeconomico, che cosa ci insegna l’impennata dei prezzi di mascherine e disinfettanti all’indomani dell’emergenza in Italia?

Partiamo dal dato macroeconomico per poi dedicarci a quello microeconomico.

Per leggere un approfondimento sui cigni neri che hanno lasciato il segno nell’economia mondiale clicca qui

 

La diminuzione del PIL mondiale

Al momento l’Organizzazione mondiale della sanità classifica il Covid-19 come epidemia, ma nell’ultima settimana il virus si è esteso a una trentina di paesi ed è quindi possibile che scatti l’upgrade allo status di pandemia.

I danni all’economia provocati da una pandemia riguardano il calo della produttività dovuto alla chiusura delle aziende e alla quantità di lavoratori costretti a casa per malattia o quarantena; la contrazione degli scambi internazionali di materie prime, beni di consumo, componentistica; il crollo della domanda in settori (particolarmente importanti per l’Italia) come turismo, ristorazione, cinema e teatri, eventi sportivi,commercio; la riduzione degli investimenti.

Se questi sono i danni prevedibili, è possibile stimarne anche l’entità? La risposta è affermativa.

Numerosi studi hanno elaborato modelli predittivi per quantificare gli effetti macroeconomici di una pandemia. Gli studi forniscono delle simulazioni basate sull’applicazione di modelli economici alle tre pandemie influenzali riconosciute dall’OMS nell’ultimo secolo: l’influenza di Hong Kong del 1968-69, l’influenza asiatica del 1957 e l’influenza spagnola del 1918-19, quella con il più alto tasso di letalità, pari al 2-3% dei contagiati.

Se Covid-19 dovesse evolvere in una pandemia a bassa letalità come l’asiatica o l’influenza di Hong Kong (intorno allo 0,2% dei contagiati), l’impatto sul PIL mondiale sarà inferiore all’1% annuo. In caso di letalità paragonabile alla spagnola, si potrebbe arrivare al 3-5% l’anno.

Tuttavia, anche nello scenario peggiore, il cigno sembra essere meno nero di quanto si potrebbe temere: gli effetti negativi rimangono di breve periodo e tendono a essere riassorbiti entro un anno o due. Nel medio periodo il PIL torna a essere paragonabile a quello che si sarebbe avuto in assenza di pandemia, soprattutto se le perdite umane sono contenute e non incidono significativamente sulla domanda e sulla disponibilità di forza lavoro.

Un punto interessante è che, nel breve periodo, un virus molto contagioso ma poco letale può essere più dannoso per l’economia di un virus molto letale ma poco contagioso, poiché l’effetto di shock generato da un rapido contagio paralizza sia le imprese che i consumatori.

Per maggiori dettagli sugli scenari possibili, e per una bibliografia su questo tipo di analisi clicca qui

 

L’aumento del prezzo delle mascherine

Spostiamoci ora sul piano microeconomico. La prima settimana di emergenza in Italia ci ha offerto una vivida (ma non edificante) esperienza di che cosa accade quando si ha un eccesso di domanda rispetto all’offerta.

Alla notizia dei primi focolai, le mascherine e i più diffusi gel disinfettanti sono andati a ruba; su diversi siti di e-commerce sono comparsi in vendita a prezzi da capogiro.

Come noto, l’aumento di domanda di un bene provoca l’aumento del prezzo. Ma se la domanda esplode e i prezzi schizzano verso l’alto si può arrivare a esiti estremamente iniqui, specialmente se i beni di cui si tratta sono di prima necessità o comunque beni essenziali: solo i ricchi possono permettersi di acquistarli.

Per correggere simili esiti esistono diverse strategie: oltre a una stretta vigilanza per impedire fenomeni di speculazione, le autorità possono introdurre un livello massimo di prezzo. Ma questo non è sufficiente: se il bene ritorna accessibile ai più, ecco che scatta il rischio del first come, first served scenario (chi prima arriva, prima viene servito), che altro non è che l’assalto ai punti vendita. Quello che si è verificato in diversi supermercati italiani.

Un correttivo a questo scenario è limitare le quantità acquistabili secondo un meccanismo simile alla tessera annonaria. Certo in questi casi è difficile evitare la fioritura del mercato nero che lucra sulla disponibilità di alcuni a pagare prezzi altissimi pur di rifornirsi di certi beni.

Ma il caso dei gel disinfettanti si è risolto in un modo ancora diverso: una importante azienda produttrice ha deciso di soddisfare il boom di domanda aumentando la produzione, ma mantenendo il prezzo al livello pre-epidemia. Una decisione che mostra come le imprese non sempre mirano alla massimizzazione del profitto secondo la razionalità astratta dell’homo oeconomicus ma tengono in considerazione anche ulteriori fattori di contesto, beneficiando, in questo caso, di un buon ritorno di immagine.

Per un articolo sull’aumento dei prezzi di mascherine e disinfettanti, e sui pro e contro delle strategie per prevenire simili fenomeni clicca qui

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(Crediti immagine box: Pixabay)

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