Perché Virgilio? Dante, l’Eneide e il potere della poesia

Michela Mariotti

In soccorso del poeta perduto

Respinto dalla lupa, Dante sta precipitando di nuovo nella selva oscura, quando gli si presenta la provvidenziale figura di un “aiutante”: Virgilio, giunto a salvare dall’impasse Dante, suggerendogli di aggirare l’ostacolo e intraprendere l’iter per mortuos, il viaggio nell’aldilà, che costituirà la trama della Commedia. Un poeta, Virgilio, in soccorso di un altro poeta, Dante, che si è perduto smarrendo la via retta e verace, e nel labirinto della selva ha sperimentato l’amara angoscia della morte (Inf. I 7). Virgilio è la guida che illuminerà il cammino del poeta attraverso la voragine infernale e il monte del Purgatorio fino al Paradiso terrestre, dove sarà Beatrice a sostituirlo. Ma perché Dante ha scelto proprio lui come guida?

La domanda ammette varie risposte, che chiamano in causa la passione di Dante per il massimo poeta latino, o la coincidenza tematica con il sesto libro dell’Eneide, anch’esso incentrato sulla discesa agli Inferi dell’eroe; risposte tutte vere, ma parziali e generiche.

 

Virgilio tra allegoria e realtà storica

Nell’interpretazione tradizionale, Virgilio rappresenta la luce della Ragione umana, che guida gli uomini al bene nei limiti della natura, mentre Beatrice, che accompagnerà Dante nel Paradiso celeste, dove il poeta latino non è ammesso in quanto anima relegata nel Limbo, rappresenta la Fede che conduce alla visione di Dio. Eppure nella Commedia Virgilio (come pure Beatrice) non è affatto un’entità astratta, svincolata dalla realtà storica del personaggio che la incarna. Fin dal suo primo incontro con Dante in limine, sulla soglia del poema, Virgilio è il poeta nato a Mantova, vissuto a Roma sotto Augusto, autore dell’Eneide, la sua opera maggiore: così egli stesso si presenta a Dante declinando le proprie generalità come ancora le leggiamo nelle biografie virgiliane. Dunque Virgilio entra nel poema dantesco con la sua storia di uomo romano del I secolo a.C. e l’equazione scolastica “Virgilio = Ragione” deve essere riformulata in virtù dell’opacità storica della figura virgiliana.

 

Virgilio, il poeta

Partiamo dunque dall’auto-presentazione del I canto (Inf. I 67-75). Dalle parole del poeta latino emergono alcuni anacronismi, spie di un’interpretazione parziale e tendenziosa della realtà storica da parte di Dante. Perché aggiungere alla qualifica di mantovano l’origine lombarda dei genitori, o impiegare impropriamente la formula annalistica sub Iulo per la data di nascita, o ancora precisare che l’età augustea in cui il poeta visse era il tempo de li dèi falsi e bugiardi? L’immagine di Virgilio si carica qui di tratti che sono significativi per Dante, poeta e uomo medievale; nel dettaglio: la comune identità culturale, indicata dall’origine lombarda, cioè dell’Italia settentrionale unificata dall’unica lingua del sì (la lingua che, secondo Dante, anche Virgilio parlava, e che renderà il poeta latino riconoscibile dal mantovano Sordello: la lingua nostra, Purg. VII 17); l’identificazione di Virgilio con l’impero romano, l’istituto politico che ha reso possibile la diffusione del cristianesimo, richiamato oltre che dal suo pacificatore, ’l buono Augusto, dal suo fondatore Giulio Cesare (ancor che fosse tardi segnala la sfasatura temporale tra la data di nascita di Virgilio, il 70 a.C., e il consolato di Cesare, il 59 a.C., dando rilievo all’informazione tendenziosa); la consapevolezza, maturata da Virgilio dopo la morte, del limite che segna la sua vita terrena e il suo destino eterno, il paganesimo. L’identikit di Virgilio si chiude nel nome di poeta – non una qualifica professionale, ma una qualità dell’essere: Poeta fui corregge il precedente omo già fui – e nel ricordo del poema che celebra la fondazione mitica dell’impero romano. Nel momento in cui compare per indicargli la via della salvezza, un viaggio che si compie facendosi poesia, Virgilio è prima di tutto il poeta, e il suo essere poeta si traduce concretamente in un libro: Virgilio, il poeta, è l’Eneide, la sua opera.

 

Virgilio maestro del bello stilo

La risposta meravigliata di Dante al v. 82, Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume?, riprende la metafora classica del fiume di eloquenza e della fonte poetica per celebrare l’eccellenza del massimo poeta, de li altri poeti onore e lume. Ma nei confronti di Virgilio il rapporto di dipendenza confessato da Dante si rivela assoluto ed esclusivo: tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,/ tu se’ solo colui da cu’ io tolsi / lo bello stilo che mi ha fatto onore (vv. 85-87). Dante vanta un’eccezionale competenza del volume, cioè del Manoscritto contenente le opere virgiliane, che egli ha lungamente studiato e amato (v. 83-84): da qui ha tratto lo bello stilo, lo stile tragico o illustre impiegato nelle canzoni dottrinali che gli hanno dato fama. La retorica medievale, codificata nella teoria della Rota Vergilii, distingueva infatti tre stili poetici, umile, medio e illustre, associandoli ognuno a un’opera di Virgilio (l’umile o tenue alle Bucoliche, il medio alle Georgiche e l’illustre o tragico, proprio non solo della tragedia ma anche dell’epos, all’Eneide) e definendoli secondo l’estetica del πρέπον [prèpon], la dottrina del “conveniente” che stabiliva un legame indissolubile tra stile e materia trattata: lo bello stile di Dante non indica elevatezza semplicemente stilistica ma anche di contenuto, in riferimento appunto ai temi di filosofia morale trattati nelle canzoni dottrinali. Ma che cosa c’entra l’epos di Virgilio con la filosofia morale?

 

Virgilio, l’auctor

Ogni opera letteraria, si sa, acquista significato in relazione al pubblico dei suoi lettori, che interroga e interpreta il testo secondo le categorie culturali della propria epoca. Dante legge Virgilio come un uomo colto del suo tempo, e cioè sulla scorta dei commenti medievali. A partire da Macrobio, che definisce Virgilio nullus disciplinae expers, «esperto in tutti i campi dello scibile umano», Virgilio è il famoso saggio (Inf. I 89), il mar di tutto il senno (Inf. VIII 7), cioè il massimo depositario della sapienza antica, qualità che fa di lui il prototipo ideale della guida nel poema didascalico medievale. Ma Virgilio non è soltanto il massimo esperto di scienza, è molto di più.

Nell’Expositio Vergilianae continentiae secundum philosophos moralis, un’operetta molto in voga nel Medioevo e ben nota a Dante, il filologo Fulgenzio Planciade (V d.C.) propone un’interpretazione allegorica dell’Eneide: il poema, nel suo senso profondo (continentia è il «contenuto nascosto»), spiegherebbe lo sviluppo della vita umana nelle sue varie età, ciascuna destinata al conseguimento di una particolare virtù (come la magnanimità, illustrata dall’exemplum di Enea nella sezione del poema contenente anche la sua discesa agli Inferi: Convivio IV 26, 7-8). Per Dante l’Eneide è certamente il poema nazionale romano, la massima celebrazione dell’impero che fu condizione storica necessaria al successo del cristianesimo, ma soprattutto nell’Eneide Virgilio comunica un profondo insegnamento morale. Quando Dante indica in Virgilio il suo autore intende una persona degna di essere creduta e obedita (Conv. IV, 6, 5), l’auctor (da augeo), lett.: «colui che fa crescere», una massima autorità, fonte di promozione umana.

 

Il modello virgiliano nella Commedia

A partire da questo esordio, il ruolo di Virgilio si preciserà nel corso del poema dantesco. Virgilio è modello letterario per una fitta rete di riprese dall’Eneide, che caratterizza in particolare la poesia dell’Inferno, dall’imitazione lessicale e stilistica, limitata al livello più superficiale del testo, alla raffigurazione dei mostri infernali, alla memoria letteraria di interi passi virgiliani, che interviene a organizzare alcuni episodi danteschi, come l’incontro con Pier delle Vigne (Inf. XIII), condotto sulla falsariga dell’episodio di Polidoro nel terzo libro dell’Eneide. Ma per la definizione del ruolo di Virgilio come poeta sono importanti soprattutto le occasioni di confronto con altre figure di poeta, che i viandanti incontreranno nel viaggio, in una triangolazione utile a mettere a fuoco in ultima analisi lo statuto poetico e profetico di Dante stesso. Tra tutti gli incontri, quello con Stazio nei libri XXI-XXII del Purgatorio riveste in tal senso una funzione strategica.

 

Virgilio, fonte di ispirazione letteraria per Stazio e per Dante

Nel rivelare per primo l’identità ai suoi interlocutori, Stazio, il poeta epico epigono di Virgilio, rende omaggio al maestro, la divina fiamma che ha acceso il fuoco della sua poesia, affermando una totale dipendenza dall’Eneide, la qual mamma/ fummi e fummi nutrice, poetando (Purg. XXI 97-98); un rapporto di filiazione, che ripete quello ammesso da Dante nel I canto dell’Inferno. Il sorriso che Dante non riesce a trattenere nonostante lo sguardo di dissuasione del maestro genera un momento di imbarazzo, superato dalla rivelazione Questi che guida in alto li occhi miei,/ è quel Virgilio dal qual tu togliesti/ forte a cantar de li uomini e d’i dei (XXI 124-126, da confrontare con Inf. I 86-87). Stazio e Dante, accomunati dalla filiazione letteraria da Virgilio, compiranno il cammino di salvezza (Stazio ha appena espiato il suo peccato) e saranno ammessi in Paradiso. Virgilio, invece, a causa del suo essere pagano, resterà in etterno essilio dal cielo (Purg. XXI 18). Una contraddizione solo apparente, che la vicenda esistenziale di Stazio contribuisce a illuminare.

 

Virgilio “satiro

Nel canto XXII Stazio spiega quale peccato lo abbia a lungo trattenuto in Purgatorio: la prodigalità, che certo lo avrebbe dannato, se il poeta non ne se avesse maturato coscienza e pentimento grazie a un passo dell’Eneide, là dove tu (si rivolge a Virgilio) chiame, crucciato quasi a l’umana natura: “Perché non reggi tu, o sacra fame de l’oro, l’appetito de’ mortali?” (Dante traduce qui Eneide 3, 56-57 forzandone il senso per adattarlo al contesto). L’Eneide dunque è stata per Stazio, come per Dante, fonte di ispirazione letteraria e insieme di ammaestramento morale: il tratto “crucciato nei confronti della natura umana” dipinge un Virgilio “accigliato”, che fa propria l’indignatio tipica della satira moralistica latina. Il massimo poeta latino è depositario di un altissimo insegnamento morale.

 

I limiti della ragione umana

Eppure questo insegnamento morale, capace di perfezionare la natura razionale dell’uomo, non sarebbe bastato a Stazio per conquistare la beatitudine eterna. Ci sono vie che la ragione umana non può percorrere: matto è chi spera che nostra ragione/ possa trascorrere la infinita via/ che tiene una sostanza in tre persone, ammonisce Virgilio nel terzo canto del Purgatorio (III 34-36): altrimenti non ci sarebbe stato bisogno che la fede in Dio fosse rivelata in Cristo (III 37-39) , altrimenti, osserva dolorosamente Virgilio, tanti spiriti di uomini magnanimi non sarebbero relegati nel Limbo, sospesi nell’eterna condizione di un desiderio senza speranza (III 40-45). Lo conferma, come ha imparato Dante nel suo viaggio, il folle volo di Ulisse (Inf. XXVI), il fallimento della ragione quando si spinge al di là del limite naturale. Quindi, se Stazio si è salvato, se Dante si salverà, è soltanto in virtù della fede.

 

“Per te poeta fui, per te cristiano”

È significativo allora che la conversione di Stazio (che è invenzione di Dante o di altri, ma certo non dato storico) sia presentata anch’essa come un effetto prodotto dalla lettura di Virgilio, in questo caso dell’ecloga IV, l’ecloga messianica. In Purg. XXII 64-66, Stazio afferma che Virgilio per primo lo ha avviato alla poesia, così come per primo lo ha illuminato nel cammino verso Dio e prosegue (vv. 67-72): Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte quando dicesti: “secol si rinova; torna giustizia e primo tempo umano, e progenie scende da ciel nova”. Ancora la traduzione di un passo virgiliano, forzato nel senso generale ma in accordo con la lettura profetica diffusa in ambito cristiano fin dai primi secoli d.C. La funzione della poesia virgiliana è emblematicamente rappresentata dalla figura del lampadoforo che pur brancolando nel buio illumina la strada a chi viene dopo di lui. La poesia di Virgilio non basta al suo autore per ottenere la salvezza, ma ha il potere di salvare l’uomo che con lungo studio e grande amore la frequenta. E Stazio può così riformulare in sintesi il suo debito verso Virgilio: Per te poeta fui, per te cristiano (v. 73).

 

Nella vicenda di Stazio Dante proietta la propria esperienza di poeta, fortemente legata alla poesia virgiliana, all’insieme di significati e valori che essa aveva assunto nella ricezione medievale. E mentre percorre un viaggio che insieme vuol essere esperienza personale e via di salvezza per l’umanità, Dante getta luce sul potere della parola poetica, un potere che trascende il destino del singolo poeta.

 

Se vuoi conoscere meglio il canto XXII del Purgatorio, puoi ascoltare la lettura commentata di Vittorio Sermonti cliccando qui
Per una sintesi sul personaggio di Virgilio nella Commedia, clicca qui

 

Crediti immagini
Apertura: Joseph Anton Koch, Inferno, 1825-28, Dante e Virgilio (Wikimedia Commons)
Box: Joseph Anton Koch, dante nella selva trova le tre fiere e virgilio, 1825-28 (Wikimedia Commons)

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