Roma capitale della moda. Ovidio e il cultus, un modello etico per la società dei consumi.

Michela Mariotti

L’immagine della donna, ieri e oggi

Un tempo le donne romane indossavano tuniche robuste, raccoglievano i capelli in un semplice nodo sopra la testa e ignoravano la cura della persona. Del resto, nemmeno i loro mariti erano molto curati, come era naturale per un popolo di contadini-soldati (Ovidio, Ars amandi 3,107-112). Allora la matrona, chiusa in casa, di giorno sedeva su uno sgabello intenta all’opera ingrata della filatura (domiseda, lanifica sono gli aggettivi che definiscono il ruolo matronale arcaico), di sera chiudeva il gregge nell’ovile e attizzava il fuoco come una domestica vestale (Ovidio, Medicamina faciei 13-16).

Nella Roma Augustea, invece, nella scintillante città cosmopolita capitale dell’impero, le donne partecipano alle mille occasioni di vita sociale: cerimonie ufficiali, spettacoli a teatro, giochi circensi, banchetti; frequentano i portici, le piazze, i luoghi pubblici (ri)edificati e resi magnifici dall’evergetismo del princeps. C’è da meravigliarsi dunque se nella Roma di Augusto le ragazze si prendono cura del proprio corpo, si lasciano acconciare i capelli da mani esperte, indossano abiti eleganti, amano profumi e gioielli?

Ovidio ha ben chiaro che il modello arcaico è ormai inservibile, sepolto in un passato irrevocabile, e chiosa il confronto tra ieri e oggi così: Simplicitas rudis ante fuit, nunc aurea Roma est/ et domiti magnas possidet orbis opes, «Un tempo regnava una rozza semplicità, ma ora Roma è dorata e possiede le grandi ricchezze del mondo sottomesso» (Ars amandi 3,113-114).

Il modello arcaico della semplicità naturale, della frugalità e della rinuncia, è superato per sempre.

 

Due modelli etici in concorrenza e la conciliazione di Ovidio

L’età di Augusto segna il culmine di un processo di trasformazione economica e sociale innescato nell’età delle conquiste, quando dai territori sottomessi iniziarono ad affluire a Roma materie prime, beni di consumo, prodotti di lusso, e si affermarono nuovi stili di vita, che richiedevano un ammorbidimento del mos maiorum, una flessibilità del modello etico tradizionale. Tra i principali interpreti di questa tendenza, Cicerone ha cercato di allargare la base del consenso politico adeguando il sistema etico tradizionale ai mutamenti dei tempi.

Poi, negli anni incerti delle guerre civili la tensione tra vecchio e nuovo si è polarizzata in una rigida opposizione tra i valori dell’antica società agraria e quelli di una nuova società urbana, aperta agli agi e ai consumi, a uno stile di vita più rilassato, alla dimensione privata dell’esistenza. Ottaviano ha saputo attrarre il consenso della provincia italica su un programma di recupero della morale agraria. Ora, divenuto princeps, si presenta come fedele custode della tradizione repubblicana e cerca di contrastare le spinte disgreganti del tessuto sociale con una legislazione morale conservatrice, rigidamente ispirata al mos maiorum, che mira a normalizzare la vita privata dei cittadini intervenendo in materia di matrimonio, adulterio, procreazione dei figli.

Ma la legge si rivela senza armi contro mutamenti già consolidati nella società augustea. La vita mondana, gli splendori, i lussi e i consumi sono di fatto parte integrante della Roma di Augusto, non meno dei suoi magnifici edifici di marmo. Ovidio è il poeta che cerca di rispondere alle istanze della società dei consumi, di conciliare il mondo della vita galante, fatto di piaceri e raffinatezze, con il sistema tradizionale dei valori, che quel mondo galante respingeva come incompatibile.

 

L’elegia latina, spazio letterario della città

A Roma la realtà urbana ha già trovato il suo spazio letterario nell’elegia d’amore. Cittadine sono le occasioni di incontro, le abitudini, gli svaghi. All’universo della città appartiene la donna amata, una cortigiana colta, raffinata, educata alla musica, alla danza, alla letteratura. La poesia elegiaca nasce sotto la pressione di Amore come una necessità insopprimibile e totalizzante: l’amante-poeta non è capace di cantare altro che la sua passione esclusiva (Properzio, 1,1,1-4). Il giogo d’amore però lo spinge ai margini della società, lo allontana dalla sua funzione pubblica di cittadino-soldato in una zona grigia dell’esistenza, in una nequitia («inerzia, indolenza») che provoca lacerazioni interiori e sensi di colpa. Anche la città con le sue scintillanti attrazioni è oggetto di desiderio e di ripulsa insieme. La donna amata è elegante, adorna di gioielli, vesti preziose, sapientemente acconciata e truccata: l’amante-poeta ne è inesorabilmente attratto, ma al tempo stesso rifiuta gli ornamenti del lusso che la rendono così desiderabile: «Che gusto c’è» chiede Properzio alla sua Cinzia (1,2,1-8) «a incedere con la chioma adorna, a far ondeggiare le pieghe sottili della veste in tessuto di Cos, a profondere sui capelli mirra di Siria, a metterti in mostra con prodotti stranieri e rovinare la tua bellezza naturale con un trucco comprato?».

 

Elegia e rifiuto del cultus

Dietro il rifiuto del cultus, della cura del corpo, c’è non solo l’avversione per il denaro, forza antagonista dell’amore (il cultus è «comprato», richiede denaro da spendere, e il poeta, in ragione anche della sua nequitia, non ne ha), ma anche il pregiudizio contro ogni artificio che alteri la natura: nudus Amor formae non amat artificem, «Amore nudo non ama la bellezza artificiale» (Prop. 1,2,8). La natura, continua Properzio, con i suoi fiori colorati, la vegetazione e i corsi d’acqua, è lì a dimostrare che non c’è bisogno degli artificiosi ornamenti alla moda. La bellezza è un dono di natura: non deve essere alterato o contraffatto. Sulla cura della propria immagine poi aleggia lo spettro del meretricio, di un esibito gioco della seduzione a fini di conquista: Properzio addita a Cinzia la bellezza senz’artificio delle eroine mitiche, una simplicitas che è già di per sé segno di pudicitia (Prop. 1,2,15-24). E conclude: uni si qua placet, culta puella sat est, «se piace a uno solo, è curata abbastanza» (1,2,26). Ecco il poeta, prigioniero delle sue contraddizioni, proiettare sulla puella culta dell’alta società romana le polverose virtù della matrona arcaica, pudica e univīra.

 

Ovidio legittima il cultus (assimilandolo all’agricoltura!)

Ovidio cerca di risolvere le contraddizioni che lacerano l’amante-poeta (in questo senso si parla di “perfezionamento” dell’elegia) e rovescia anche la prospettiva sul cultus. La lezione in materia d’amore impartita alle donne nel terzo libro dell’Ars amandi prende le mosse proprio dalla difesa della cura personale: Ordior a cultu (Ars 3, 101). È il cultus che fa bella chi non lo è; e, d’altra parte, la bellezza naturale, se trascurata, si sciupa. Giocando sulla pluralità di significati del verbo colo, «coltivare», Ovidio associa il cultus della persona alla coltivazione dei campi e alla viticoltura: Ordior a cultu: cultis bene Liber ab uvis/ provenit et culto stat seges alta solo, «Comincio dalla cura della persona: il vino proviene da viti ben coltivate e il grano cresce rigoglioso dal terreno ben coltivato». Assimilando il cultus – e i suoi strumenti: vesti, gemme, profumi, cosmetici… – alle artes («tecniche») che hanno permesso la civilizzazione dell’umanità, Ovidio cambia di segno (da negativo a positivo) il suo valore e ne legittima la pratica come frutto e strumento di civiltà (la medesima operazione occorre nei Medicamina faciei 3-7).

 

Curare il look è un’arte

Il cultus è un’ars con le sue regole, una pratica buona, che le ragazze devono apprendere se vogliono piacere. Prima regola, il decorum: non tutto sta bene a tutte. Ovidio parte dai capelli. Non c’è un solo modo per acconciarli. Ogni donna si guardi allo specchio e conosca se stessa (sì, è il precetto delfico «Conosci te stesso» che fonda anche la capacità di rendersi attraenti!). Poi scelga, tra le innumerevoli acconciature che la moda dell’Urbe inventa ogni giorno, quella che più si armonizza con la forma del volto: chi ha il viso allungato porti la scriminatura centrale, chi ha il viso rotondo preferisca un piccolo chignon sopra la fronte e lasci scoperte le orecchie. A qualcuna può star bene persino la neglecta coma, la «chioma spettinata», ma anche questo apparente disordine cela un’acconciatura studiata: è l’arte che imita il caso. Decisamente sì alla tintura, per chi cominci ad avere i capelli bianchi: sono disponibili sul mercato tinte che donano nuance più belle del colore originale; e chi i capelli li perde, non si vergogni ad acquistare parrucche e toupet. Tutto pur di piacere, secondo il principio ut ameris, amabilis esto, «per essere amato/a, sii amabile» (Ars 2,107).

 

Decorum e mediocritas, un modello di eleganza

Il decorum è un modello di flessibilità, è capacità di adattarsi alle proprie caratteristiche naturali e alle diverse situazioni che la variegata vita di società propone. Basta già il decorum a dare ragione dell’evoluzione del gusto e degli stili di vita: impensabile, proprio perché anacronistica, la rustica simplicitas delle antiche Sabine (Medicamina 11). Se la difesa del cultus avesse un intento polemico, antagonista rispetto al tentativo di restaurazione morale operato da Augusto, stupirebbe davvero osservare come il discorso ovidiano mostri significative coincidenze con la riflessione svolta da Cicerone nel De officiis, il galateo della buona società tardorepubblicana, improntato ai principi di decorum e mediocritas. In particolare il modello di eleganza maschile delineato da Cicerone, che rifugge dalla rusticitas ma non pecca nemmeno di eccessiva e stucchevole affettazione (Off. 1,130), collima con i consigli impartiti da Ovidio quando propone una figura di giovane sportivo, abbronzato e vestito con sobrietà, lontano dagli eccessi che fanno perdere il senso della misura (Ars 1,505-524).

 

Contro una volgare ostentazione di ricchezza

Decorum e mediocritas sono criteri capaci di neutralizzare la forza distruttrice del denaro. Parlando di abbigliamento femminile (Ars 3,169-192), Ovidio rifiuta le guarnizioni d’oro o i preziosi tessuti tinti di porpora, inutile spreco di denaro: Quis furor est census corpore ferre suos?, «Che follia è mai quella di mettersi addosso il proprio censo!». Roma offre stoffe di tutti i colori, acquistabili a prezzi molto più contenuti. L’eleganza sta nel saper scegliere la tinta che più valorizzi la carnagione e meglio si intoni al colore dei capelli, non certo nella volgare ostentazione del lusso. L’eleganza richiede conoscenza di sé, delle proprie qualità naturali, e capacità di adattarle a un ideale estetico fatto di armonia di forme e proporzioni, studiati contrasti di colori, per ottenere un effetto di naturalità: l’arte infatti deve essere dissimulata (3,210) – è come l’acconciatura «(apparentemente) spettinata», ma spettinata ad arte. L’estetica di Ovidio riconferma così il principio comune alla cultura classica dell’arte come imitazione della natura.

 

Il cultus come arte secondo natura

La natura è il paradigma cui si riporta ogni attività umana. Se l’elegia latina rigettava il cultus in quanto alterazione della naturale bellezza, arte contro natura, all’opposto ora Ovidio presenta il cultus come arte secondo natura. L’analogo naturale della puella culta è il pavone, che dispiega le penne ammirate dall’uomo e in silenzio si riempie di orgoglio per la propria bellezza (Medicamina faciei, 33-34).

Elegantissime, le donne (cultissima femina) affollano gli spettacoli teatrali di Roma: spectatum veniunt, veniunt spectentur et ipsae, «vanno per guardare ma anche per essere guardate» (Ars 1, 97-99). Il cultus è una componente fondamentale nel gioco della seduzione che Ovidio si propone di insegnare nell’Ars amandi. Sottratta alla realtà dell’urgenza d’amore, l’elegia ovidiana rifonda l’amore come ars, come tecnica che ha le sue regole, e affianca l’esperienza erotica alle altre esperienze possibili in una grande metropoli come è la Roma di Augusto. Ridimensionata nelle sue pretese di assolutezza ed esclusività, la relazione d’amore non si colloca più al di fuori della società civile, com’era nell’elegia pre-ovidiana, ma è riassorbita al suo interno. Anche il cultus, che ne è parte integrante, è oggetto d’insegnamento, in quanto ars civilizzatrice dell’umanità, al pari dell’agricoltura. Ovidio legittima il cultus paradossalmente riportandolo nel solco della natura e ne definisce i limiti in obbedienza a principi che appartengono all’estetica (ma anche all’etica) classica, principi che si rivelano tutt’altro che trasgressivi.

Anche nella leggerezza, la Musa iocosa di Ovidio mostra una sorprendente serietà.

Per seguire una bella lezione di G. Rosati sul rapporto tra arte e natura e sul corpo come teatro del desiderio clicca qui:

https://www.youtube.com/watch?v=NuFHtSKnr7I

 

Crediti immagini:

Apertura: Toeletta di una matrona romana intenta a farsi acconciare i capelli da una schiava, Juan Jiménez Martin (Wikimedia Commons)

Box: Ritratto di una donna pompeiana (Wikimedia Commons)

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