Ripeti, anzi: raddoppia! L’epanalessi e l’epanadiplosi

Andrea Tarabbia

«Per questo canto una canzone triste, triste, triste
Triste, triste, triste
Triste, triste
Triste
come me
E non c’è più nessuno
Che mi parli ancora un po’ di lei, ancora un po’ di lei»

Ivan Graziani, Firenze (1980)

 

Epanadiplosi e epanalessi sono, di fatto, due cugine dell’anadiplosi.

Il nome latino dell’epanalessi, geminatio, è piuttosto eloquente, e spiega bene a cosa serve questa figura. Con l’epanalessi, infatti, raddoppiamo un’espressione per darle forza, così: «Udite! Udite!», oppure, appunto, la lunga, sconsolata sequenza di «triste» nel ritornello della canzone di Graziani. Ripetere la parola serve per chiarirne il significato e intensificarlo, ma fate attenzione: al terzo «triste», che Graziani è triste è ormai piuttosto chiaro, e l’atmosfera è malinconica; all’ottavo, l’effetto (voluto) è quasi opposto, perché vi sfido, davanti all’ennesima ripetizione, a non sorridere. 

L’epanadiplosi, invece, avviene quando ripetiamo una o più parole all’inizio e alla fine di una frase. Ne è un esempio un famoso slogan pubblicitario degli anni Novanta: «Piace alla gente che piace». Il nome latino dell’epanadiplosi è inclusio, perché la frase è inclusa tra i due termini che danno vita alla figura. Ecco un altro esempio: «Il gusto di condividere il gusto», dalla pubblicità di una marca di cracker.

Il linguaggio della pubblicità, come si vede, lavora molto con l’epanadiplosi, perché è semplice e aiuta a creare degli slogan che rimangono facilmente in testa.

Ma anche la poesia l’ha sfruttata, e con effetti decisamente meno pop, come nel Poema paradisiaco di D’Annunzio (1892):

Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? […]

 

(Crediti immagini: Flickr, Wikimedia Commons)

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