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Decidere con il voto

Come venivano prese le decisioni pubbliche nell'antica Grecia? In ambito politico sorteggi e ostracismo erano i metodi decisionali più diffusi e peculiari, nei tribunali grande importanza aveva il"voto di Atena" narrato da Eschilo e che regolava il sistema di votazione delle giurie

La decisione come meccanismo strutturale

Ogni giorno prendiamo decisioni, e il più delle volte non ne siamo consapevoli, perché le decisioni fanno parte del nostro quotidiano, del nostro muoverci nella realtà (scegliere i vestiti la mattina, il cibo da un menù, il libro da leggere e via elencando). Ci sono però scelte che non riguardano solo noi come individui, ma coinvolgono gli altri, la comunità nella quale viviamo; in questo caso, quando la decisione investe la collettività (a livelli diversi) ecco che i meccanismi decisionali cambiano. In primis cambia colui che prende la decisione: non un individuo qualunque, ma l’individuo o il gruppo di individui investito dell’autorità per compiere quella scelta. Insomma: determinate decisioni sono prerogativa e compito di particolari individui con particolari caratteristiche. Quando la decisione è rimessa a un gruppo, ove non entrino in gioco altri fattori (mi limito qui a ricordare gli estremi della casistica: l’imposizione forzosa, e la piena, totale condivisione), a determinarla è o la sorte o il parere della maggioranza.  

Procedure decisionali

Diverse sono le procedure decisionali documentate per la cultura greca. Le principali sono senz'altro il sorteggio e i diversi sistemi di votazione. Il sorteggio è il meccanismo di scelta preferito e quasi sistematicamente applicato ad Atene durante il periodo della cosiddetta democrazia radicale (grossomodo dalla metà del V sec. a.C.), cioè quella fase della democrazia ateniese che rimette le decisioni importanti all'assemblea. Per sorteggio vengono scelti funzionari dell’apparato giudicante e di quello amministrativo (ne restano escluse solo poco cariche, per lo più militari, come la strategia). Ma il sorteggio è pratica ben più antica. Il primo caso di sorteggio di cui abbiamo notizia è la scena omerica della scelta del campione acheo che deve raccogliere la sfida lanciata da Ettore per risolvere in duello le sorti della guerra (cfr. Iliade 7, 175-189). I volontari “segnarono ognuno una tessera / e le gettarono tutte nell’elmo di Agamennone Atride” (vv. 175-176). Quindi un araldo estrae a sorte una tessera e la mostra in giro: a riconoscere il segno tracciato, e quindi ad essere scelto per sorteggio, è Aiace, il quale ˝conobbe a vederlo il segno della tessera, e godette nell'animo˝ (v. 189). Quanto ai sistemi di voto, i più diffusi e meglio documentati sono quello per alzata di mano (χειροτονία, cheirotonia) e la votazione tramite la deposizione in un contenitore di un 'sassolino' (ψῆφος, psephos; di qui il verbo ψηφίζω, psephizo, che viene a indicare, col tempo, non solo l'operazione del voto, ma anche quella del decidere tramite votazione).

Per chiarimenti e precisazioni a pronta presa, utili le seguenti voci enciclopediche:

http://www.treccani.it/enciclopedia/chirotonia_(Enciclopedia-Italiana)/

Per il legame tra voto e democrazia, utile la voce di Luciano Canfora al seguente link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/la-democrazia-nella-grecia-antica_(Dizionario-di-Storia)/

 

Una procedura a sé: l'ostracismo

Pratica esclusivamente ateniese (introdotta da Clistene nel 510 a.C., secondo alcune fonti), l'ostracismo è così chiamato per il modo della votazione utilizzata, consistente nelle scrivere su un ostrakon, cioè un pezzo di ˝coccio˝. L'ostracismo fu un vero e proprio sistema di lotta politica. In maniera più o meno pretestuosa una fazione politica poteva mettere al bando uno o più avversari della parte avversa senza dover formulare capi di accusa: bastava semplicemente che, su un quorum di seimila cittadini, una maggioranza ritenesse pericoloso un individuo per metterlo al bando. Così, ad esempio, Aristide (ca. 530-462 a.C.) fu ostracizzato per la sua buona fama, ritenuta pericolosa perché avrebbe potuto aspirare a diventare un tiranno, e più tardi fu ostracizzato Temistocle (ca. 530/520-459 a.C.), che pure tanto aveva fatto per la salvezza di Atene (basti ricordare la vittoria di Salamina, 480 a.C.).

Un curiosum: l'analisi della scrittura di molti ostraka recanti il nome di Temistocle indica chiaramente che sono stati scritti da una medesima mano, il che ha fatto pensare a brogli elettorali. In realtà, il fatto che poche 'mani' abbiano scritto molti ostraka è coerente con il livello di alfabetizzazione del tempo. E qui giova riportare un aneddoto riferito da Plutarco (Vita di Aristide, 7), proprio in relazione all'ostracismo di Aristide: un contadino, volendo votare per mandare Aristide in esilio, chiese a un passante che gli scrivesse sull'ostrakon il nome di Aristide. Quel passante, per l'appunto, era Aristide.

Foto con ostrakon Temistocle: https://it.wikipedia.org/wiki/File:AGMA_Ostrakon_Th%C3%A9mistocle_1.jpg

 

Il voto di Atena

Nei tribunali di Atene e molto probabilmente anche in altre aree del mondo greco, la parità di voti andava a vantaggio dell'imputato. Il contesto storico in cui si fa strada tale norma è piuttosto articolato. Secondo consolidate e antiche logiche di giustizia privata, i delitti di sangue erano vendicati dai membri della famiglia (in senso allargato: il ghenos): un sistema di vendetta che, nell'Atene di V sec. a.C., si scontrava apertamente con il nuovo stato di diritto e che imponeva un suo superamento. Esattamente in questo conflitto tra leggi della polis e leggi del ghenos si iscrive la riforma di un collegio, chiamato Areopago, che diviene un tribunale preposto a giudicare i fatti di sangue, allo scopo di sottrarre alla vendetta privata la punizione del colpevole e rimetterla al giudizio della polis. L'assoluzione dell'imputato a parità di voti rientra in questo contesto di diritto riformato, per così dire. La 'spiegazione' di tale principio è data dal cosiddetto ˝voto di Atena˝, di cui racconta Eschilo nelle Eumenidi. Richiamo qui l'essenziale: Oreste ha ucciso la madre Clitemestra per vendicare il padre Agamennone, da lei ucciso; è un matricida, e viene inseguito e perseguitato dalle Erinni che vogliono vendetta di sangue. Entra in gioco Atena, che sottrae Oreste alla vendetta e impone che venga sottoposto al giudizio di un tribunale. Le regole sono stabilite da Atena stessa, ed è il suo voto, dichiaratamente, a fare salvo Oreste in caso di parità (a parlare è Atena): ˝È mio compito esprimere per ultima il mio giudizio, e aggiungerò questo voto in favore di Oreste" (vv. 734-735) e quindi ˝Così non farò prevalere la morte di una donna che ha ucciso lo sposo custode della sua casa. Oreste vincerà anche se a parità di voti. Estraete al più presto le sorti dalle urne, o giudici cui fu affidato tale incarico˝.

Una breve scena delle Eumenidi con la comparsa in scena di Atena e l'avocazione a sé del giudizio di Oreste:

https://www.youtube.com/watch?v=lgWLvQNKuq8

Il principio ispiratore di questa pratica corrisponde, in buona sostanza, a quello della giurisprudenza latina sancito icasticamente dall'adagio in dubio pro reo (Digesto 50. 17. 125): ove sussista dubbio, ossia ove non vi sia certezza di colpevolezza, l'imputato deve andare assolto. Una giustizia doverosamente garantista. (Crediti immagini: WikipediaWikimedia Commons)
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