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“Non ce la faccio più!”

Claudio Fiocchi analizza cause e conseguenze del fenomeno del burn out sul lavoro.

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Qual è il costo emotivo e psicologico di un lavoro rivolto al benessere degli altri? Fin dove si estende la nostra soglia di tolleranza? Senza che ce ne si accorga per tempo, può arrivare il momento di gridare “non ce la faccio più!”, perché siamo “scoppiati” o, come si dice in inglese, siamo piombati nel burn out.

Burn out: che cosa è?

La letteratura psicologica ha da tempo individuato un complesso stato d’animo di insoddisfazione professionale e incapacità di agire che può colpire pompieri, insegnanti, infermieri e ogni altra figura la cui professione implica la cura degli altri.
Per indicare questa drammatica situazione, in mancanza di un’espressione migliore, si usa il termine inglese “burn out”, il più adatto a indicare quella intollerabile distanza che un operatore avverte tra le richieste e le risorse disponibili (quelle personali o quelle della struttura in cui lavora).
La fenomenologia dei comportamenti di chi è affetto da burn out è caratteristica: non solo il soggetto manifesta forme di stress, ma il suo comportamento cambia profondamente. Lo “scoppiato” è scontento, sfiduciato, cinico e freddo verso gli utenti, meno efficiente e propositivo di prima. Anzi, man mano che il burn out si esterna, esso rischia di contagiare l’ambiente circostante. Le parole cariche di rancore, l’ostilità e la disillusione che provengono dal soggetto in burn out  stimolano reazioni simili in chi si trova nelle vicinanze e generano una spirale sempre più ampia di scontentezza.

Perché si scoppia?

Dalla ricognizione svolta da Bruna Zani e Elvira Cicognani (Psicologia della salute, Il Mulino Bologna 2000) emerge che l’esplosione del burn out è il frutto di un intreccio di condizioni di lavoro, aspettative, coinvolgimento personale e caratteristiche individuali.
In altri termini, a fronte di un lavoro in cui vi sono alte aspettative, essere poco coinvolti nei processi decisionali, il confronto con colleghi che appaiono più preparati, un forte senso di responsabilità e una limitata capacità di distinguere tra dimensione personale e dimensione professionale sono ingredienti di un possibile percorso verso il burn out.
Ma quale fattore è più incisivo? Il carattere dell’operatore o le carenze della struttura?
Se consideriamo i suggerimenti degli specialisti per prevenire il burn out, sembra che il fattore individuale sia prioritario. Le analisi di molti psicologi infatti convergono sull’importanza di un’azione dei professionisti su se stessi. In generale le indicazioni fornite dai vari studiosi si concentrano sia su una serie di tecniche pratiche di rilassamento ecc. sia sulla efficace capacità di raffrontare le proprie aspirazioni al contesto.
Tuttavia, questa prospettiva viene denunciata da alcuni ricercatori. Secondo Christine Maslach e Michale Leiter (autori di Burn out e organizzazione, Erickson, Trento 2000), orientare l’analisi e la cura del burn out sul lato individuale, significa avvalorare una sorta di “prospettiva ideologica”, che giustifica quelle modalità organizzative e prassi di lavoro dentro cui si sviluppano gli episodi di burn out.
Dentro in altri termini, nel caleidoscopio di fattori che sono all’origine del burn out, la scelta di uno di essi come prioritario può significare avvalorare o criticare una concezione aziendalistica dei rapporti di lavoro.

Negli ultimi anni il numero di abbandoni del posto di lavoro per stress è notevolmente aumentato. È ancora da chiarire se all’origine di questo fenomeno vi sia l’organizzazione del lavoro, l’incapacità di sopportarla, o una valutazione individuale sull’opportunità di adattarsi.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/22/il-burnout-porta-alle-dimissioni-di-massa-lavorare-e-diventato-insostenibile/6364327/

Come prevenirlo?

La prevenzione deve quindi agire sia sul fronte personale che su quello dell’istituzione. La ricetta non può essere però univoca, perché le fonti di stress possono essere molteplici: per esempio il rapporto con i colleghi può essere fonte di sostegno oppure frustrante. Anzi, talvolta invece di stimolare il reciproco sostegno, i colleghi alimentano la sfiducia e il pessimismo. Se abbracciamo un approccio ecologico, incentrato sulla interazione tra il soggetto e il suo ambiente, è chiaro che la prevenzione del burn out si basa tanto sulla riorganizzazione dell’ambiente di lavoro quanto sulla ricerca individuale di un equilibrio. Per esempio, nella struttura scolastica si dovrebbe ridurre il numero di allievi per classe e creare incontri collegiali di mutuo supporto, come suggeriscono Rossati e Magro nel volume Stress e burn out (Carocci Roma 1999).

In ambito medico è possibile trovare dei protocolli di prevenzione  destinati al personale sanitario a rischio burn out. Sul sito epicentro è possibile leggere le indicazioni dei cosiddetto Buddy system, che si basa sul mutuo aiuto tra colleghi.
https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-gestione-stress-buddy-system

Cosa ci dice di noi stessi?

Se il burn out è soprattutto l’esito di un confronto tra esigenze e aspettative, allora viene da pensare che alla base di questo fenomeno possa esserci un’errata percezione delle proprie capacità di modificare il mondo intorno a noi: percezione destinata, per sua stessa natura, a numerose e brucianti delusioni. A seconda dei casi il burn out può colpire persone fragili e incapaci di reagire alle difficoltà ritenute eccessive, ma anche gli entusiasti frustati. Rossetti e Magro riflettono sugli esiti diversi di varie ricerche. Alla luce di queste indagini, il profilo del soggetto che può cadere nel burn out non è affatto univoco: alcune ricerche si concentrano su soggetti abituati a incolparsi degli insuccessi, altri su persone aggressive e competitive, altre sui soggetti rigidi e poco inclini al cambiamento.
Le molte analisi svolte sul burn out svelano quindi un complesso causale in cui le deficienze di una struttura, il clima di lavoro, le richieste degli utenti concorrono in varia misura a innalzare lo stress. Il caso del burn out ci svela però anche che la nostra capacità di sopportare lo stress dipende tra le altre cose dall’immagine che abbiamo elaborato di noi stessi e della nostra capacità di mutare il mondo fuori di noi.


Crediti immagine: Wikimedia Commons

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