Volendo fare un gioco di parole, nell'uso comune dell'italiano c'è un muro di valori che separa il termine "muro" dal termine "ponte". Uno unisce, l'altro separa; il primo è spesso utilizzato in locuzioni con valori positivi quali "ponti di gioia", "ponti di libertà", "ponti di amore", mentre il secondo si associa a espressioni con sostantivi e valori negativi quali "muro d'odio" "muro di rabbia". I due termini sembrano quindi contrari e contraddittori, incomunicabili e polarizzati a causa delle parole che siamo abituati ad associargli. Ma le parole "muro" e "ponte", così trattate, rischiano di essere ridotte a sola semantica, a sola etimologia (peraltro ignota, sulla base delle conoscenze attuali, per “muro”), col rischio di perdere tutta una serie di implicazioni da certi punti di vista decisamente più importanti. Un muro può infatti proteggere, quando a far da muro è, per esempio, l’approccio critico a un testo narrativo o agìto; può invece essere un ponte ad esporci, ad esempio a fake news o a narrazioni fittizie, quando si tratta di quel ponte fisico e fisiologico costituito dalla nostra corteccia cerebrale. Abituata a fare da ponte tra il mondo esterno e la sua rappresentazione interna presso ciascun individuo, essa deve essere allenata perché possa fare da muro nei confronti di narrazioni false e imposte - a volte ad arte - per tradurre in conoscenza collettiva concetti e contenuti di cui non abbiamo esperienza diretta.
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