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Da Princeps a Dominus. La sacralizzazione del potere al tramonto mondo antico

Ludovico Testa analizza l’importanza del cristianesimo nella progressiva sacralizzazione delle figure di potere nel mondo antico; da una legittimazione tutta terrena avallata dal Senato romano a una figura di imperatore concepito come vicario di Cristo sulla terra.

leggi

Lungo tutto il periodo della storia romana si può dire che, almeno dal punto di vista formale, la struttura istituzionale basata sulla centralità del Senato rimase invariata, in un quadro generale dove gli ampi poteri detenuti dall’élite patrizia trovavano bilanciamento nelle prerogative riconosciute ai rappresentanti dei ceti plebei al termine di dure lotte. È questa coesistenza tra oligarchia e democrazia, solidamente ancorata al sistema di valori tramandati dagli avi (coraggio, integrità, lealtà, devozione alla famiglia, alla patria e agli dei) che definisce l’identità romana, rafforza la coesione sociale e getta i presupposti della futura potenza.
Dopo avere guidato l’ascesa di Roma nel bacino del Mediterraneo, la supremazia del Senato rimase tuttavia seriamente indebolita dal lungo periodo di guerre civili (Mario contro Silla; Cesare contro Pompeo; Ottaviano contro Antonio) che avevano scosso la repubblica nel corso del I sec. a.C. La centralità dell’organo assembleare venne infine riaffermata con forza quando, nel 27 a.C., Ottaviano impose d’autorità la pace a Roma e nelle province. Con un gesto di grande effetto, il vincitore reintegrò il Senato in tutte le sue funzioni, presentandosi come garante della pace e della concordia ritrovate e a tal fine accettando i titoli di Augustus (detentore dell’Auctoritas principis, la suprema autorità morale attraverso la quale esercitare il potere di comando più alto, carismatico e sacro) e princeps senatus (primo tra i senatori) conferitigli dall’assemblea.
La restaurazione delle prerogative senatoriali costituì in realtà il frutto di un’abile operazione di facciata poiché, nell’esercitare la propria auctoritas, il princeps svuotò gradatamente dall’interno i poteri del Senato gettando le basi per il passaggio verso una forma di governo di tipo monarchico, anche se l’utilizzo del termine fu sempre accuratamente evitato. Tale simulazione venne conservata dai successori di Augusto, che rispettarono formalmente l’istituto del Senato, garantendone l’integrità di fronte alla minacciosa ascesa del potere dell’esercito.

Lex animata

Nel corso del III sec. d.C., in concomitanza con l’intensificarsi dell’emergenza militare ai confini dell’impero e l’acuirsi della crisi economica all’interno, l’equilibrio di potere tra Senato ed esercito si spostò decisamente a vantaggio di quest’ultimo. Al Senato non rimase che conferire veste legale alla proclamazione degli imperatori di fatto imposta dalle legioni, mentre la stessa autorità imperiale andava incontro a un processo di trasformazione, che avrebbe creato i presupposti per la definizione dell’idea di sovranità nel mondo medievale.
Se fino all’età di Traiano (98 – 117 d.C.) il princeps aveva conservato le caratteristiche dell’imperatore-cittadino, investito di poteri ampi ma nello stesso tempo definiti, con la fine della dinastia degli Antonini (96-192 d. C.) la figura dell’imperatore, già oggetto di culto e venerazione, abbandonò definitivamente i suoi connotati terreni per aprirsi a forme di sacralizzazione sempre più marcate, che si riflessero nell’accentuazione dei tratti assolutistici. La mutazione da “divino” a “dio” assunse forma definitiva partire dal regno di Diocleziano (284 – 305 d.C.) e trovò manifesta espressione nella complessità del protocollo che regolava le udienze alla corte imperiale; nella sostituzione del saluto romano con la prosternazione di fronte al sovrano, nella stessa rigidità rituale che caratterizzava le apparizioni dell’imperatore, sempre più simile a una statua che e un essere umano. Dismessi gli abiti terreni e ammantato di una veste celestiale, il princeps si trasformò così nel dominus, il padrone dello Stato, fonte diretta della legge (lex animata) e depositario di poteri pressoché assoluti.
Tale trasformazione affondava le sue radici nell’approfondirsi della crisi economica e nel moltiplicarsi delle minacce esterne che caratterizzarono il periodo del tardo impero (284 – 476 d.C.). La legittimazione istituzionale per acclamazione del popolo e investitura del Senato, sulla quale tradizionalmente poggiava l’autorità imperiale, apparve infatti insufficiente se non affiancata da una altrettanto forte legittimazione divina del potere, capace di conferire una giustificazione sovrannaturale all’autorità dell’imperatore impegnato nella difesa dell’ordine esistente. A sostegno di questa trasformazione contribuì in modo decisivo una dottrina religiosa rimasta a lungo in una posizione minoritaria e duramente osteggiata da molti imperatori.

Sulla figura dell’imperatore nel tardo impero
https://tribunus.it/2021/02/02/imperatore-nel-tardo-antico/

Sulla figura di Diocleziano
https://www.youtube.com/watch?v=68gYZDNvTpw

Sulla dimensione rituale e il simbolica del potere nel tardo impero
http://revistascientificas.filo.uba.ar/index.php/analesHAMM/article/view/7413/7079

In nome di Cristo

Dopo un lungo periodo persecuzioni, causate dal rifiuto di offrire sacrifici all’imperatore e agli dei romani, all’inizio del IV secolo i cristiani poterono uscire dalla clandestinità e beneficiare prima della tolleranza dell’imperatore Costantino (editto di Milano 313), poi del convinto appoggio dell’imperatore Teodosio I (379-395 d.C.), che elevò il cristianesimo a unica religione dell’impero, dispose la chiusura dei templi pagani e proibì la pratica delle altre fedi.
A tale successo contribuì in modo rilevante lo sviluppo del pensiero cristiano durante il tardo impero, che portò al superamento delle originarie rigidità dottrinarie a favore di una decisa apertura verso il processo di sacralizzazione del potere politico. Pur perseverando nel respingere l’identificazione tra Dio e imperatore, quest’ultimo iniziò a essere indicato dai teologi come il vicario di Cristo sulla terra, l’uomo al quale era affidato il compito di salvaguardare l’ordine nel mondo terreno, difendere il cristianesimo dai suoi nemici e garantirne il trionfo in quanto unica e vera fede. In tale quadro, a differenza del multiforme paganesimo con il suo proliferare di culti e di dei, il monoteismo cristiano si prestava assai più facilmente a soddisfare il parallelismo tra autorità divina e autorità imperiale, armonia celeste e armonia terrena, che trovava sbocco nell’innalzamento dell’imperatore a diretto esecutore della volontà di Dio.
In concomitanza con il moltiplicarsi dei segnali di cedimento strutturale, la Chiesa e lo Stato si sostennero a vicenda nello sforzo di puntellare l’impalcatura di un impero sempre più fragile e attraversato da profonde fratture. Quando dalle province orientali, culturalmente mai conquistate alla latinità, iniziarono a moltiplicarsi spinte centrifughe che minacciavano di rompere dall’interno l’unità dell’impero, l’antica colonia greca di Bisanzio viene affiancata a Roma come nuova capitale e sede della corte imperiale. Bisanzio rimarrà però nella sua essenza una città greca e la presenza dell’imperatore non basterà a frenare la deriva in corso tra le due parti dell’impero, che nel 395 d.C. culminerà nella formale separazione. Al momento in cui la pressione dei barbari diventerà incontenibile, Roma soccomberà, Bisanzio sopravvivrà e la polis si prenderà così la sua rivincita sull’urbe.
A seguito del dilagare delle invasioni barbariche nelle le province occidentali, l’autorità imperiale e la missione universale in difesa della cristianità vennero quindi ereditate dall’Impero romano d’Oriente. Gli imperatori seduti sul trono di Bisanzio rivendicavano la sovranità su tutti i romani, compresi quelli soggetti in Occidente alla dominazione barbarica. Questo slancio unitario parve trovare concreta realizzazione durante il regno di Giustiniano (527 – 565) e prese corpo sul piano giuridico nella pubblicazione di una vasta raccolta di diritto romano (il Corpus juris civilis), su quello religioso nel rafforzamento dell’integrazione tra Stato e Chiesa e su quello militare nella grande offensiva militare che portò tra il 533 e il 562 alla riconquista di un territorio esteso dalle coste dell’Africa, all’Italia, alla Spagna meridionale. Ravenna, ultima sede degli imperatori romani d’Occidente, venne confermata capitale e per la città ebbe inizio un nuovo periodo di splendore. Si trattò tuttavia solo di una parentesi. Nello spazio di pochi decenni le concomitanti invasioni condotte dagli arabi e longobardi avrebbero infranto per sempre le speranze di una rennovatio imperii, tesa a riunire la cristianità in un’unica realtà politica, spingendo definitivamente le due parti di quello che un tempo era stato l’Impero romano verso percorsi di sviluppo differenti.

Sulla continuità tra Roma e Bisanzio
https://www.youtube.com/watch?v=r3T-jhALIrE

Sulle radici della consacrazione del potere in età medievale
https://www.cerm-ts.org/scheda-01/

Crediti immagine: Sant’Ambrogio converte Teodosio, Pierre Subleyras, 1745 (Wikimedia Commons)

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