Fast o slow? Cibo, modelli di vita e visioni socio-culturali

Beatrice Collina

Negli ultimi anni, le discipline di ambito umanistico e sociale hanno individuato nel cibo un elemento centrale per lo studio e la comprensione di processi culturali complessi. È nata e si è radicata una consapevolezza: il cibo non è mai soltanto cibo, ma storia, identità, relazione, nonché specchio di visioni del mondo tutt’altro che neutre. Le stesse modalità di preparazione e consumazione dei pasti riflettono paradigmi precisi e portano visibili in sé i principi su cui si fondano le società in cui siamo immersi.

Per un esempio di come la Storia dell’alimentazione si presti a percorsi interdisciplinari, si rimanda alla descrizione del seguente progetto didattico corredato da ricca bibliografia: http://e-review.it/cornacchia_cibi_pace#nt-5

 

Riscrivere i tempi e i consumi. Fast life e fast food

Nato negli Stati Uniti a metà degli anni Cinquanta del Novecento, il fast food come lo conosciamo oggi si è rapidamente diffuso al di fuori dei confini americani, penetrando anche in contesti ricchi di secolari tradizioni culinarie (si pensi alla cucina francese in Europa o a quella giapponese in Asia). È riuscito tuttavia a fare molto di più, varcando spessi confini fisici e ideologici e affermandosi, soprattutto a partire dagli anni Novanta, nei paesi dell’ex blocco sovietico.

In diversi suoi lavori, tra cui Il mondo alla McDonald’s (1997) e La religione dei consumi (1999), il sociologo George Ritzer (1940) si è interrogato sui motivi di un simile successo, con l’obiettivo sia di far emergere le fondamenta teoriche di questo modello sia di individuarne le finalità implicite. Gli aspetti che caratterizzano questa modalità di produzione e somministrazione dei pasti sono la trasposizione, nell’ambito della ristorazione, dei principi tipici del taylorismo: all’interno delle catene di fast food la preparazione dei piatti è minuziosamente organizzata e nulla viene lasciato al caso; mansioni e processi sono frazionati e ripetitivi, in modo che chiunque possa svolgerli, in qualsiasi parte del mondo. In questa iper-razionalizzazione del lavoro, che mira al massimo di efficienza e abbattimento dei tempi morti, appare evidente anche il richiamo al modello di organizzazione elaborato dal sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), per il quale il processo di razionalizzazione della società (già dispiegato e compiuto nell’amministrazione burocratica) costituisce l’essenza del capitalismo.

È all’ingegnere statunitense F.W. Taylor (1856-1915) che si deve l’innovativa organizzazione del lavoro in ambito industriale, la cui applicazione raggiungerà l’apice negli stabilimenti Ford a inizio Novecento. Nel seguente video, sono descritte le caratteristiche principali di questa rivoluzione alla base della massificazione dei consumi:
http://www.raiscuola.rai.it/articoli/la-catena-di-montaggio-storia-della-scienza/7245/default.aspx

 

Sarebbe tuttavia semplicistico considerare la diffusione di questo tipo di ristorazione solo una moda: il modello del fast food si è adattato facilmente a società i cui ritmi di vita sono aumentati in modo esponenziale, mentre il tempo da dedicare ai pasti si è assottigliato e quello della loro preparazione è stato quasi cancellato: «Ciò che una volta richiedeva ore a casa, o molti minuti in una ristorazione tradizionale, ora richiede pochi secondi […]. Inoltre, con il proliferare di questo tipo di locali ci vuole sempre meno tempo a raggiungerne uno» (Ritzer, 1999). L’alta concentrazione delle catene di fast food in luoghi di passaggio caratterizzati da spostamenti frequenti e veloci, come le stazioni delle metropolitane, è il risultato di una scelta ponderata che tiene conto, tra l’altro, della dimensione sempre più individualistica del rito del pasto.

Ritzer si domanda quale possa essere il fine di una simile frenesia: velocizzare la consumazione dei cibi quali benefici dovrebbe apportare? Come verrebbe infine utilizzato il tempo così risparmiato? Per il sociologo statunitense, l’obiettivo non sarebbe altro se non «liberare tempo per il consumo di altri beni e servizi» in una spirale consumistica senza fine.

 

L’approccio slow. Sovvertire i princìpi della contemporaneità

La reazione alla cosiddetta “americanizzazione” del cibo e della sua ritualità ha avuto inizio mettendo in discussione i principi su cui essa si è sviluppata e articolata, a partire dalla questione temporale: «Il dogma della velocità impedisce di ragionare, assaggiare, comprare, scegliere? Meglio allora partire da un rallentamento […]. Meglio prendere più tempo per fare la spesa, cucinare, meglio anche “perdere” tempo. Tempo “perso” che non è gettato nella spazzatura […], ma tempo per pensare, per “perdersi” in ragionamenti che non seguono linee utilitaristiche». Con queste parole, il fondatore del movimento internazionale Slow Food Carlo Petrini (1949) in Buono, pulito e giusto (2005) punta il dito contro il tratto saliente delle società contemporanee che si riflette su stili di vita e abitudini del nostro quotidiano.

La velocità è una «catena», un «virus», che in pochi decenni ha riscritto abitudini antropologiche, culturali e sociali. Per i critici come Petrini, tra le principali conseguenze di questa accelerazione c’è stata la perdita della dimensione relazionale del cibo, non solo degli spazi e dei tempi dedicati alla convivialità, ma anche della possibilità di creare una rete di conoscenza e di scambio diretto tra produttori e consumatori, a beneficio di una modalità impersonale e distaccata di acquisto, esemplificata dalla grande distribuzione.

Tra le azioni chiave di Slow Food vi è il contrasto all’omologazione del cibo, risultato tanto della globalizzazione quanto dei principi intrinseci della ristorazione veloce che, per poter funzionare, è costretta a eliminare complessità in modo da rendere più snella ogni fase. È nato così l’impegno al recupero dei prodotti locali, all’esaltazione della loro varietà e peculiarità rispetto ai territori di appartenenza. Una battaglia, quella per la biodiversità, che inserisce il movimento italiano in una più ampia rete mondiale di attivismo, di cui una delle figure chiave è l’indiana Vandana Shiva (1952): «Trovandosi a dover sviluppare o adattare una coltura in funzione delle pressioni e dei tempi imposti dal mercato, gli scienziati tendono a selezionare un gene principale e a renderlo resistente. I metodi di selezione tradizionale sono invece più complessi […] e richiedono troppo tempo, troppe complicazioni e costi troppo alti, almeno secondo il punto di vista dell’agricoltura industriale» (Il bene comune della Terra, 2006).

La riscoperta delle varietà alimentari ha portato con sé l’interesse per antiche tradizioni e identità culturali legate alle modalità di lavorazione e trasformazione dei cibi, che sembravano andate perdute nei rapidi passaggi generazionali, in particolare dell’ultimo secolo. Un lavoro di questo tipo obbliga a ripensare il rapporto con il tempo, con i ritmi della stagionalità e della terra, combattendo una logica di sfruttamento intensivo. È tuttavia inevitabile chiedersi se simili iniziative possano aspirare a integrarsi in contesti che non accennano a rallentare la propria velocità o se siano destinate a costituire una nicchia.

Crediti immagini
Apertura: Pixabay
Box: Stand di informazioni presso il Salone internazionale del gusto (Wikimedia Commons)

 

 

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