La rivolta di Hong Kong

La rivolta di Hong Kong

Francesco Tuccari

Ormai da diversi mesi Hong Kong è teatro di una serie pressoché ininterrotta di grandi e violente manifestazioni di piazza represse sempre più duramente dalle autorità locali. Innescate da un contestatissimo disegno di legge sull’estradizione proposto dal governo regionale, le proteste hanno avuto inizio il 15 marzo 2019. Sono andate radicalizzandosi e crescendo di intensità a partire da giugno, degenerando in cruenti scontri non soltanto tra la polizia e i manifestanti ma anche tra questi e i loro oppositori. E continuano ancora oggi in un clima di assoluta incertezza, su cui pesa la prospettiva di un intervento militare diretto della Repubblica popolare cinese.

Proteste a Hong Kong nel 2019 (crediti: Studio Incendo, flickr)

La «rivolta» di Hong Kong – come viene spesso definita – affonda almeno in parte le sue radici nel diffuso disagio sociale che affligge una popolazione di oltre sette milioni di persone divisa da enormi diseguaglianze. Il «Porto profumato» (questo il significato di «Hong Kong») è in effetti una della più importanti piazze finanziarie e commerciali del mondo. Al suo interno, però, accanto a una piccola cerchia di ultramilionari, vive un’ampia classe media impoverita e oltre un milione di «poveri assoluti»: una situazione altamente infiammabile, che si è ulteriormente aggravata con il recente rallentamento dell’economia cinese.

Le ragioni della protesta, tuttavia, sono in primo luogo politiche. Esse discendono dal complesso rapporto che Hong Kong intrattiene con la Repubblica popolare cinese, di cui fa formalmente parte sin dal 1997 con lo statuto di «Regione amministrativa speciale»: uno statuto temporaneo che dovrebbe rimanere in vigore fino al 2047, quando il piccolo territorio del Porto profumato cadrà sotto la piena sovranità del colosso asiatico. È contro questa prospettiva di integrazione nel più potente regime autoritario del mondo – e contro le crescenti pressioni che esso esercita da tempo su Hong Kong – che i manifestanti si battono, chiedendo maggiore libertà e democrazia e da ultimo, tra le frange più radicali, la piena indipendenza da Pechino. Si tratta di una lotta disperata, probabilmente senza alcuna possibilità di successo.

 

Da colonia a colonia

Hong Kong ha fatto parte per secoli dell’impero cinese. A partire dal Cinquecento è diventata uno snodo sempre più importante dei flussi commerciali europei con l’Estremo Oriente. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, dopo una breve occupazione, è divenuta infine una colonia britannica, in seguito alla «prima guerra dell’oppio» e al Trattato di Nanchino (1842). Da allora e fino al 1997, con la breve parentesi dell’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale (1941-1945), è rimasta soggetta alla Gran Bretagna, insieme a una serie di territori contigui – Kowloon, l’isola di Stonecutters e i cosiddetti New Territories – che la Corona ha acquisito (e integrato tra loro) nella seconda metà dell’Ottocento.

Negli oltre 150 anni del dominio coloniale britannico, Hong Kong ha assunto un ruolo commerciale e finanziario sempre più rilevante. È diventata a più riprese meta di una significativa diaspora dalla Cina continentale. E ha progressivamente assimilato alcuni fondamentali caratteri della cultura britannica, dalla lingua inglese ai principi dell’amministrazione e dello stato di diritto, rimanendo peraltro strettamente soggetta all’autorità di un governatore nominato da Londra, affiancato a sua volta da un Consiglio esecutivo e un Consiglio legislativo locali.

Il lungo processo dell’emancipazione di Hong Kong dal dominio britannico è iniziato al principio degli anni Settanta, su esplicita richiesta della Repubblica popolare cinese – allora sotto la guida di Mao Zedong – alle Nazioni Unite. Solo nel 1984 Londra e Pechino giunsero a un accordo, siglato dalla premier Margaret Thatcher e dal nuovo leader della Rpc Deng Xiaoping. Esso era ispirato al principio che ancor oggi definisce la peculiare condizione di Hong Kong: «un paese, due sistemi». Da un lato, cioè, il riconoscimento della sovranità cinese sul Porto profumato («un paese»), dall’altro il mantenimento, per almeno cinquant’anni, di una sua relativa autonomia rispetto alla Cina comunista e al suo modello politico e socioeconomico («due sistemi»).

Il video dell’Handover del 1997 (crediti: canale YouTube di Associated Press)

 

È sostanzialmente sulla base di questo compromesso che nel 1997 Hong Kong ha cessato di essere una colonia britannica. Si trattava tuttavia – è bene ribadirlo ancora – di una formula temporanea: in base agli accordi, infatti, Hong Kong dovrà rientrare sotto il pieno controllo cinese entro il 2047. Una data che molti hongkonghesi percepiscono oggi come pericolosamente vicina.

 

«Un paese, due sistemi»: la Basic Law

Al di là del suo carattere temporaneo, la formula «un paese, due sistemi» ha dato luogo fin dal principio a un equilibrio molto instabile nei rapporti tra il Porto profumato e la Repubblica popolare cinese. Essa si è tradotta nella Basic Law, una sorta di «mini-costituzione» che è stata approvata il 4 aprile 1990 dal Settimo Congresso nazionale del popolo cinese ed è stata promulgata lo stesso giorno dall’allora presidente della Rpc, Yang Shangkun. Entrata in vigore il 1° luglio 1997, all’atto del ritorno di Hong Kong sotto la sovranità della Cina, è tuttora vigente, con qualche modifica sostanzialmente irrilevante intervenuta nel corso del tempo.

La Basic Law non prevede ovviamente alcuna autonomia per Hong Kong in materia di politica estera e di difesa. Stabilisce inoltre una piccola ma significativa presenza di militari cinesi (circa 5000 soldati dell’Esercito popolare di liberazione) che non deve interferire nei suoi affari interni, se non su esplicita richiesta delle autorità locali. Al tempo stesso, tuttavia, garantisce agli hongkonghesi libertà e diritti che semplicemente non esistono nella Cina continentale: libertà di parola e di riunione e più in generale un significativo pluralismo politico.

Dal punto di vista istituzionale, la Basic Law attribuisce grandi poteri a un Capo di governo coadiuvato da un Consiglio esecutivo, a cui si affiancano un Consiglio legislativo, 18 Consigli distrettuali e – altro fatto notevole – una Magistratura indipendente. Essa prevede in prospettiva che il Capo del governo sia eletto a suffragio universale. Per ora, tuttavia, la massima carica esecutiva di Hong Kong è eletta ogni 5 anni da un comitato elettorale di 1200 membri (erano 800 fino al 2012) che rappresentano solo una piccola porzione della popolazione ed è poi nominata formalmente dal governo cinese.

Hong Kong (crediti: Mitch Altman, flickr)

A sua volta, il Consiglio legislativo, in cui siedono 70 rappresentanti (60 fino al 2010), è eletto ogni 4 anni in parte su base territoriale (per 35 seggi) e in parte su base funzionale-professionale (30 seggi). I restanti seggi sono riservati a 5 consiglieri scelti all’interno dei Consigli distrettuali. Questi ultimi, eletti direttamente dalla popolazione, hanno scarsi poteri. Ma oltre un centinaio di rappresentanti distrettuali fanno parte del comitato elettorale che elegge il capo di governo, il che conferisce ai distretti una qualche relativa influenza. Le corti di giustizia, infine, hanno anche la prerogativa di giudicare la costituzionalità delle azioni di governo e della sua attività legislativa. È tuttavia il parlamento cinese il depositario ultimo dell’interpretazione della legge.

Questa, dunque, la traduzione politico-istituzionale della formula «un paese, due sistemi». In base ad essa, Hong Kong restava un fondamentale e ultra-dinamico avamposto dei traffici tra la Cina e il resto del mondo; otteneva il riconoscimento di diritti e libertà del tutto inconcepibili nella Rpc; ma doveva accontentarsi di una limitata pseudo-democrazia, di fatto in gran parte sottoposta al controllo di Pechino. Non si trattava, a ben vedere, di una condizione molto diversa da quella dell’epoca coloniale. Essa però, almeno teoricamente, rimaneva aperta a differenti sviluppi, che potevano accentuare il principio «un paese» oppure, al contrario, il principio «due sistemi».

 

«Un paese» o «due sistemi»?

Nell’aprile 1990, quando la Basic Law fu approvata dalla Rpc, la Cina aveva da poco mostrato al mondo intero il volto brutalmente autoritario del suo regime con la spietata repressione delle manifestazioni di Piazza Tienanmen (giugno 1989), che suscitò comprensibilmente forti apprensioni nel Porto profumato. Sette anni più tardi, nel luglio 1997, quando Hong Kong tornò effettivamente sotto la sovranità cinese, la situazione era almeno apparentemente diversa. Non solo non esistevano più l’Urss e l’impero sovietico – definitivamente crollati tra il 1989 e il 1991 – ma la stessa Cina si stava profondamente trasformando, anche sotto l’effetto della grande crisi economica e finanziaria delle cosiddette «tigri asiatiche» (1997-1998). Proprio in quegli anni, infatti, erano entrate nel vivo le trattative per il suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO, World Trade Organization), avvenuto poi nel dicembre 2001. Quell’evento di portata storica doveva segnare – sia pure con molti limiti – una più netta apertura della Cina all’economia di mercato, già avviata dalle riforme di Deng Xiaoping, e soprattutto l’inizio dello straordinario decollo economico del colosso asiatico.

Skyline notturno di Hong Kong (crediti: gusjer, flickr)

Secondo molti osservatori questa svolta avrebbe prima o poi indebolito e forse addirittura smantellato il regime autoritario cinese, in nome di una presunta correlazione tra economia di mercato e democrazia liberale. In tale prospettiva, condivisa anche da una parte della dirigenza della Rpc, Hong Kong – un piccolo paradiso del capitalismo globale dotato al tempo stesso, se non proprio di istituzioni democratiche, di ampi spazi di libertà e di pluralismo – poteva effettivamente costituire un modello da estendere non solo alla contesa Taiwan in vista di una sua possibile riunificazione, ma alla stessa Cina continentale.

Doveva però accadere esattamente il contrario. Rafforzata anziché indebolita dalla sua impetuosa crescita economica e dalla sua espansione sui mercati mondiali, la Rpc ha mantenuto e mantiene ancor oggi, sotto la guida di Xi Jinping (al potere dal 2012), tutti i caratteri tipici di un regime pienamente autoritario. Ciò ha avuto significative ripercussioni su Hong Kong e sul suo rapporto con Pechino, che ha rafforzato nel corso del tempo il suo controllo sull’ex colonia britannica, rendendo di fatto sempre più vuoto il principio «due sistemi» e sempre più preponderante il principio «un paese». È su questo sfondo che hanno preso corpo le proteste anti-Pechino che negli ultimi 23 anni hanno costellato a più riprese, e con varia intensità, la storia del Porto profumato.

 

Le proteste a Hong Kong dall’«Handover» alla «rivoluzione degli ombrelli»

La storia di queste proteste è iniziata fin dall’«Handover», lo spettacolare passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina il 1° luglio 1997, che pure aveva segnato la fine di un dominio coloniale sempre meno tollerato ed era stato salutato con grande favore soprattutto dai magnati locali. Poco meno di due mesi prima il futuro Capo del governo di Hong Kong, Tung Che-hwa, destinato a subentrare a Chris Patten, l’ultimo governatore britannico, aveva fatto sapere attraverso un’intervista rilasciata all’«Asian Wall Street Journal» che il Porto profumato avrebbe avuto da allora in poi «più ordine e meno libertà».

Tung Che-hwa, primo capo esecutivo di Hong Kong nel 1997 (crediti: Wikipedia)

L’arrivo nell’ormai quasi ex colonia dei primi militari dell’Esercito popolare di liberazione suscitò ulteriori apprensioni e anche qualche piccola ma significativa frizione. Non stupisce, quindi, che a meno di un mese dall’Handover diverse decine di migliaia di hongkonghesi siano scese in strada per commemorare le vittime della repressione di Piazza Tienanmen. Uno spettro molto difficile da esorcizzare. In linea di massima, però, per diversi anni Pechino ha potuto contare sul saldo e decisivo sostegno delle élites finanziarie ed economiche locali, che hanno permesso alla Rpc e alle autorità regionali filocinesi di consolidare il proprio potere e di tenere in piedi il compromesso «un paese, due sistemi».

Sia pure lentamente, tuttavia, il vento doveva cambiare. Tra il 2002 e il 2003, al suo secondo mandato come Capo del governo, Tung tentò di varare – sulla base di quanto previsto dall’articolo 23 della Basic Law – una legge sulla sicurezza finalizzata a impedire «ogni atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo centrale del popolo». La risposta dei suoi oppositori fu ferma e raggiunse il suo culmine il 1° luglio 2003, in occasione dell’anniversario dell’Handover (in una Hong Kong stremata dall’epidemia della SARS), con un’imponente manifestazione di oltre 500.000 persone. Due mesi dopo, il 5 settembre 2003, Tung decise di sospendere a tempo indeterminato il suo progetto di legge, rassegnando poi anticipatamente le dimissioni nel 2005. Era una prima, sia pure effimera, vittoria del fronte pro-democrazia.

Il successore di Tung Che-hwa, Donald Tsang (crediti: Wikipedia)

Poco tempo dopo, sotto il mandato di Donald Tsang (2005-2012), nuovo chief executive del Porto profumato, doveva aprirsi un altro fronte di conflitto sul tema cruciale delle modalità di elezione del Capo del governo. Come abbiamo già detto, la Basic Law, all’art. 45, fa esplicito riferimento alla possibile futura introduzione del suffragio universale per l’elezione della massima carica esecutiva di Hong Kong. Tale misura, ovviamente sostenuta dai movimenti pro-democrazia, doveva tuttavia restare lettera morta. Nel 2007 Pechino stabilì infatti che le prime elezioni a suffragio universale si sarebbero celebrate non prima di dieci anni, nel 2017. Non solo. Avanzò anche un progetto di riforma che concedeva sì il diritto di voto alla popolazione, ma che limitava poi le sue possibili opzioni a una ristretta rosa di candidati preselezionati da un comitato posto sotto il suo controllo. Una misura inaccettabile per le opposizioni democratiche. Del tutto deludente risultò poi l’allargamento del Comitato elettorale da 800 a 1200 membri, introdotto nel 2012, che di fatto non modificava in nulla le modalità vigenti per le elezioni del Capo del governo, le quali proprio in quell’anno portarono al potere Leung Chun-ying (2012-2017).

Il confronto sul nodo cruciale del suffragio universale si riaccese in modo assai più eclatante nel 2014. Di fronte alle persistenti pressioni di Pechino, che confermò il suo progetto di riforma in vista delle elezioni del 2017, ebbe inizio, per iniziativa del movimento «Occupy Central with Love and Peace», un ciclo di proteste che prese il nome di «rivoluzione degli ombrelli». Nelle molteplici manifestazioni che paralizzarono per quasi tre mesi Hong Kong, dalla fine settembre al principio dicembre, i dimostranti scendevano infatti in strada portando con sé ombrelli colorati, per ripararsi – oltre che dalla pioggia o dal sole – dai lacrimogeni della polizia. Si trattò di manifestazioni sostanzialmente pacifiche di giovani, studenti e gente comune, cui le autorità risposero con cariche, cannoni ad acqua, spray urticanti e una serie di arresti, alimentando ulteriormente la resistenza e gli episodi di disobbedienza civile. Diversi leader della protesta – tra i quali emerse in particolare il giovanissimo Joshua Wong – furono in seguito processati e condannati come «teppisti da strada», «cospiratori» e «disturbatori della quiete pubblica».

L’attuale capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam (crediti: Wikipedia)

La «rivoluzione degli ombrelli» produsse diversi importanti effetti. Il progetto di riforma elettorale voluto da Pechino venne a cadere nel 2015, con il risultato che rimase in vigore per il 2017 il vecchio sistema, il quale portò al governo di Hong Kong la signora Carrie Lam. Al tempo stesso, le forze pro-democrazia andarono compattandosi e radicalizzandosi in misura crescente, assumendo in alcune frange più radicali posizioni apertamente indipendentiste. Si accentuò così l’intransigenza di Pechino e la sua volontà di tenere sotto un controllo sempre più stretto il Porto profumato. I due principi «un paese» e «due sistemi», fin dall’inizio in equilibrio instabile, stavano per entrare in rotta di collisione. Sono queste – ulteriormente esacerbate dal rallentamento dell’economia cinese e di Hong Kong – le premesse della rivolta del 2019-2020.

 

Le proteste del 2019-2020

Il nuovo e più drammatico ciclo di proteste che ha investito negli ultimi mesi Hong Kong ha preso avvio nel marzo 2019, in seguito alla decisione di Carrie Lam e delle autorità regionali di introdurre una controversa legge sull’estradizione. A giudizio delle forze pro-democrazia, essa avrebbe potuto esporre dissidenti politici, giornalisti e anche lo stesso mondo degli affari al pericolo di essere giudicati direttamente da tribunali della Rpc, con la quale in effetti Hong non aveva accordi di estradizione. In linea più generale, molti videro nel disegno di legge un passo ulteriore verso l’assoggettamento della Regione speciale a Pechino.

Iniziarono così il 15 marzo 2019, dapprima in tono minore e in modo pacifico, nuove manifestazioni contro le autorità locali. La richiesta era che il progetto di legge sull’estradizione venisse ritirato. Di fronte alle resistenze di Carrie Lam, le dimostrazioni si fecero sempre più imponenti a partire da giugno, portando nelle strade milioni di manifestanti. Si ebbero i primi scontri con la polizia, che diventarono sempre più violenti nei mesi successivi, degenerando spesso in episodi di guerriglia urbana che opponevano non soltanto le forze di polizia ai manifestanti, ma anche gruppi pro-democrazia e pro-Pechino.

Di fronte ai disordini, in settembre Carrie Lam ritirò infine l’extradition bill. Era tuttavia troppo tardi. I dimostranti hanno continuato per mesi – e continuano tuttora – a scendere quasi quotidianamente in strada, avanzando richieste di maggiore democrazia e libertà, reclamando l’istituzione di una commissione per indagare sulle violenze e gli arbitri della polizia, chiedendo il rilascio dei dimostranti arrestati e ribadendo la necessità di introdurre in forma piena il suffragio universale promesso dalla Basic Law.

Essi hanno occupato luoghi particolarmente sensibili e visibili, come l’aeroporto internazionale di Hong Kong (che ha annullato migliaia di voli), l’Università e diverse stazioni della metropolitana. Il livello delle violenze, dei saccheggi e della repressione è cresciuto di giorno in giorno. Le forze di polizia hanno utilizzato a più riprese cannoni ad acqua con sostanze coloranti per «marchiare» gli oppositori. Hanno usato proiettili di gomma e minacciato in più occasioni di sparare pallottole vere con fucili d’assalto e pistole.

Rivolte a Hong Kong nel 2019 (crediti: Studio Incendo, Wikimedia)

Talora hanno sparato per davvero, come nel caso – ripreso e rilanciato dai media di tutto il mondo – dell’agente di polizia che ha esploso un colpo di pistola a distanza ravvicinata contro uno studente che stava per aggredirlo, ferendolo al petto. I manifestanti, dal canto loro, hanno fatto ricorso a molotov, spranghe, catapulte, sassi, giavellotti, archi e frecce. Per identificarli anche con sofisticati strumenti di riconoscimento facciale, le autorità hanno vietato l’uso delle mascherine antismog, di cui però gli hongkonghesi hanno continuato e continuano a servirsi. A oggi, il bilancio della «rivolta» – un’espressione che i manifestanti respingono anche perché costerebbe loro gravissime condanne penali – è molto pesante: oltre 5.000 persone arrestate o in stato di fermo, quasi 3.000 feriti alcuni dei quali gravi e 2 morti.

La reazione di Pechino è stata durissima, ma non si è tradotta almeno per il momento in una repressione generalizzata. La guarnigione dell’Esercito popolare di liberazione cinese di stanza a Hong Kong è stata rafforzata, insieme alla presenza della Polizia del popolo, un corpo di forze speciali antisommossa, che ha già dato prova di sé in altre regioni complesse e riottose della Rpc, il Tibet e lo Xinjiang. Sul confine nord di Hong Kong, a Shenzen, stazionano altresì da mesi – anche per evitare contagi nella Cina continentale – carri armati e blindati. Lo spettro di una nuova Tienanmen, insomma, è assai concreto, soprattutto se i manifestanti – che pure appaiono ancora privi di una vera leadership e di una precisa strategia divisi come sono tra un fronte moderato e uno più radicale – dovessero oltrepassare quella che Xi Jinping ha definito la «linea rossa». Qualora cioè prendessero a rivendicare apertamente l’indipendenza dalla Rpc: «Chiunque tenti di dividere la Cina in qualsiasi sua parte – ha ripetuto Xi – sarà ridotto in polvere e finirà con le ossa spezzate».

Per il momento la cosa non è ancora successa. Per qualche settimana, anzi, le tensioni sono sembrate stemperarsi dopo la netta vittoria delle forze pro-democrazia alle elezioni dei Consigli distrettuali del 24 novembre. I disordini, tuttavia, sono ripresi con nuove grandi manifestazioni e scontri in dicembre e poi al principio del 2020.

 

Prospettive

Il rischio di una nuova Tienanmen è dunque ancora presente. E ciò, nonostante le pressioni della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti, i quali hanno siglato il 28 novembre l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act: una legge aspramente contestata da Pechino come una inaccettabile ingerenza esterna, che prevede pesanti sanzioni per i funzionari responsabili di violazioni dei diritti umani nel Porto profumato e chiede una revisione del suo statuto di autonomia.

Pechino, del resto, si trova stretta tra due fuochi molto pericolosi. Se accettasse di concedere libertà e piena democrazia a Hong Kong, portando alle estreme conseguenze la logica dei «due sistemi», potrebbe mettere in moto dinamiche di contagio estremamente rischiose per la tenuta del suo stesso regime autoritario nella Cina continentale, oltre che in altre regioni contese come Taiwan, il Tibet e lo Xinjiang. D’altro canto, se spingesse definitivamente l’acceleratore sull’integrazione di Hong Kong alla Rpc e sul principio «un paese» (con quasi tre decenni di anticipo sulla scadenza «naturale» della Basic Law) potrebbe mettere definitivamente in moto pericolose dinamiche di secessione dagli esiti imprevedibili anche sul piano internazionale.

È assai difficile prevedere in quale direzione si muoveranno in futuro i dirigenti della Rpc. Di certo, Pechino non intende in alcun modo rinunciare a Hong Kong. Lo mostrano in modo molto chiaro i rapidi progressi, negli ultimi anni, del progetto dell’«Area della Grande Baia»: la costruzione di un enorme spazio urbano ed economico che comprenderebbe, oltre a Hong Kong, Macao e svariate città del Guangdong. A quale prezzo vorrà continuare a esercitare il suo controllo sul Porto profumato, però, non è ancora chiaro.

Crediti immagini box e banner: Studio Incendo, prese da flickr e Wikimedia Commons