Tempus collige et serva: a proposito della velocità e lentezza del tempo

Roberta Ioli

Veloce, nel mondo antico, è la corsa di un cavallo o di una cerva spaventata, il rapido scorrere di un fiume, la traiettoria di una freccia, il pensiero di un uomo che ragiona con prontezza. Veloce è soprattutto lo scorrere del tempo o meglio, la sua percezione da parte degli uomini: così potrà risultare infinitamente lunga la durata di un combattimento, di una notte insonne o, invece, brevissima, una vita intera.

A dominare, nella poesia arcaica, è il sentimento della brevità della vita e della rapacità del tempo. Così, il poeta Mimnermo vede, nella fugacità dell’esistenza mortale e delle sue gioie, il tratto che accomuna tutti gli uomini:

Siamo come le foglie nate alla stagione florida
– crescono così rapide nel sole –
 godiamo per un gramo tempo i fiori dell’età,
dagli dei non sapendo il bene, il male.
(fr. 2 West, traduzione di F.M. Pontani)

Recuperando la famosa similitudine omerica degli uomini come le foglie (Il. 6.146-149), Mimnermo ne coglie il tratto dolente in relazione alla breve stagione dell’amore e al trionfo dell’odiosa vecchiaia. Il contrasto tra giovinezza e vecchiaia è testimoniato in tanta parte della lirica arcaica: lo ritroviamo, per esempio, in Saffo (fr. 58 Voigt) che, partendo dall’ineludibile destino dei mortali (“un essere umano sfuggire a vecchiaia non può”, v. 8), preferisce invitare a godere le gioie del presente, con l’animo serenamente rassegnato allo scorrere del tempo. Se il tratto proprio della vita umana è la sua brevità, la poesia, assicurando una durata eterna a ciò che viene cantato, può rappresentare il riscatto della nostra misura mortale: per Saffo, infatti, solo la poesia riesce a vincere la morte, sconfiggendo il tempo e la sua condanna.

Al poeta latino Lucrezio dobbiamo una precisa riflessione filosofica sul tempo: esso non ha un’esistenza propria, ma solo una natura relativa, e dunque non possiede in sé né velocità né lentezza. Scandito nelle tre dimensioni di presente, passato e futuro, il tempo non esiste in sé e per sé, indipendentemente dal movimento delle cose (De Rerum Natura, I 459-461) e soprattutto, secondo una concezione poi sviluppata in maniera complessa da Agostino, può esistere solo in relazione agli uomini e ai loro accadimenti.

Al motivo topico della fugacità della vita, si affianca la contrapposizione tra l’essenza caduca dei beni fisici e l’eternità di quelli spirituali: gli antichi, in generale, guardano all’equilibrio tra anima e corpo come armonia a cui tendere, nella consapevolezza della fragilità del presente e, insieme, nell’apertura a una dimensione temporale che oltrepassi i nostri limiti.

In questa direzione, Seneca ci offre pagine folgoranti e modernissime nel suo De brevitate vitae. Non è la natura ad essere malvagia, né il tempo in sé ad essere veloce nel suo scorrere; l’umana percezione di esso è invece condizionata dalle nostre scelte e dalla nostra capacità di arginare o meno lo scacco di un’esistenza inautentica, respingendo la lusinga della gloria o delle ricchezze. L’individuo è dunque misura dell’accelerazione o del rallentamento del tempo attraverso la possibilità di trasformare un dato biologico in condizione etica. Ecco allora che è la durata dello spirito e non del tempo a restituire la dimensione propria dell’istante; ecco, infine, il senso del protinus vive, il “vivi adesso” a cui ci esorta Seneca: il filosofo ci invita a riconquistare il presente, a godere del passato nella dimensione della memoria, a riflettere sul futuro nella prospettiva di un’anticipazione consapevole, in particolare attraverso la pratica della meditatio mortis. Nell’esercizio quotidiano della riflessione sulla morte si riconquista il presente, liberandolo dall’angoscia della propria finitezza.

In una delle sue Epistole a Lucilio Seneca descrive come il peso degli anni e la ferita delle sconfitte modifichino inevitabilmente la nostra sensazione del tempo. Esso

non era solito sembrarmi tanto veloce: ora, invece, incredibile appare la sua corsa, perché percepisco che i traguardi si fanno vicini e perché ho cominciato a prestarvi attenzione e a fare conto delle mie perdite. (Ep. 49, 2-4)

Con una consonanza d’animo sorprendente a distanza di due millenni, anche il tenente Giovanni Drogo, ritratto dalla penna di Dino Buzzati mentre contempla, nella sua malinconica sospensione, l’immensa distesa del deserto dei Tartari, si accorgerà un mattino, all’improvviso, che

il tempo, inesplicabilmente, si era messo a correre sempre più veloce, inghiottiva uno sull’altro i giorni. Bastava guardarsi attorno che già scendeva la notte, il sole girava di sotto e ricompariva dall’altra parte a illuminare il mondo pieno di neve. Gli altri, i compagni, sembravano non accorgersene.

In Seneca, tuttavia, lo sguardo dolente sulla corsa precipitosa della vita cede il posto a una riscoperta del presente come occasione di progresso personale, non semplice espressione di un paradigma filosofico, ma spazio di azione, conquista etica: “O Lucilio, rivendica la proprietà di te stesso, e il tempo che finora ti era stato strappato o sottratto con l’inganno o che ti sfuggiva, raccoglilo e conservalo” (Ep. 1, 1).

 

Crediti immagini
Apertura: Pixabay
Box: Erma di Seneca (Wkimedia Commons)

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